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Pulnikov, il solista sulla salita più dura


Sport
7 ago 2012, 11:06
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Si può anche dire addio. Chiudersi la porta dietro le spalle e cambiare del tutto orizzonte per costruirsi nuove certezze. Ma, si sa, di notte alcune difese vengono meno.
Così a Vladimir Pulnikov, a 13 anni dal taglio netto col mondo del ciclismo, capita di sognare. «Devo prepararmi per una corsa - racconta -. Il giorno si avvicina e io non mi sono allenato bene». Poi magari il corridore, meglio l'ex corridore ucraino, apre di colpo gli occhi e si rassicura pensando che l'ultima volta che si è seduto su un sellino è stato per andare al lavoro alla Gmp di Rovato, paese in cui vive. Quel lavoro che ora ha perso perché l'azienda, settore montaggio e manutenzione piscine, è in liquidazione. Lasciando al campione, uno dei nomi forti del ciclismo anni '90, l'unico appiglio del sussidio di disoccupazione dopo che del suo caso si è occupata la Fiom Cgil.
Da Brescia era partito, con una brillante vittoria di tappa in via Triumplina nella Settimana ciclistica bergamasca del 1987 che contribuì a farlo trionfare nella corsa dilettantistica, lanciandone il nome. E da Brescia, stavolta in provincia, deve ripartire.

È un uomo di poche parole Vladimir Pulnikov. 47 anni, è stato compagno di squadra di Chiappucci e Pantani nella Carrera Jeans-Tassoni. Una volta si è preso pure il lusso di superare e battere il Pirata al Giro d'Italia. Anno 1994, in rosa c'è Berzin. Dopo la partenza da Cuneo, Pantani attacca sul colle dell'Agnello, ma la sua fuga in solitaria viene interrotta dal leader della gara. Ne approfitta Pulnikov per sferrare l'ultimo affondo e concludere davanti a tutti a Les Deux Alpes. È la terza delle tappe vinte dall'ucraino al Giro. In precedenza era stato il più veloce tra La Spezia e Langhirano nel 1990 e tra Scanno e Rieti nel 1991. È nella corsa rosa che si esprime al meglio, con due maglie bianche della classifica giovani ('89 e '90, anno in cui centra il quarto posto in classifica generale). Ne corre sette, più una da dilettante in cui arriva secondo (1988). Vince una tappa anche alla Vuelta ('92), cui partecipa per tre volte, e si distingue con due decimi posti al Tour de France ('93 e '94). E può dire di aver segnato l'asfalto di tutte e tre le grandi corse a tappe, nel 1991. Tutto ciò senza contare le vittorie nei Campionati Ucraini (1996) e le soddisfazioni in altre competizioni come il Giro di Svizzera, una corsa che apprezza particolarmente.
È un ucraino per caso Pulnikov. Nato in Unione Sovietica, in una cittadina in cui si respira l'aria degli Urali, affitta un appartamento a Kiev per studiare educazione fisica. Quando crolla l'unione sceglie di appartenere alla nuova casa, salutando per sempre la vecchia. Da piccolo si diletta con la bici, anche se preferisce sci di fondo e hockey. È tagliato per lo sport, gli piace soprattutto perché le gare offrono occasioni per viaggiare. Poi a 14 vince la prima corsa sulle due ruote. Non lo sa ancora, ma ne passerà altri venti pedalando. Nei periodi più intensi si ritrova nelle gambe anche 33mila chilometri all'anno.

È ormai bresciano, Pulnikov, con due figli, Katia e Vladimir, come lui. Dopo le prime vittorie, arriva il passaggio al professionismo con tutto il team nazionale russo nel 1989. Si ritrova nell'Alfa Lum, squadra di San Marino, in compagnia di un paio di campioni come Konyshev e Ugrumov, prima di vestire tra il '91 e il '94 la maglia della Carrera. Sono gli anni migliori, seguiti dagli ingaggi in Telekom, Tvm e Kross. Sono gli anni in cui, assieme ad Abdujaparov, porta il vento dell'Est sul Garda sotto la guida di Boifava e Martinelli, responsabili della Carrera. L'ucraino vive nei primi anni '90 a Salò per poi trasferirsi Rovato.
Arriva il 1997. Pulnikov viene fermato al Giro per valori ematici fuori norma. Il problema è l'ematocrito, troppo alto. Ottenuto con l'allenamento in altura in Messico, ma anche con l'aiuto di farmaci. L'episodio gli brucia ancora. «Ripensarci non è bello - afferma semplicemente -. Mi sono sempre chiesto, però, come mai si parli del doping solo nel ciclismo. Mi sembra strano che in altri sport, come il calcio, non si scopra mai niente».
Dopo lo stop per il sangue sballato, il ciclista ucraino non viene squalificato, l'anno dopo potrebbe tornare a correre, ma un incidente e problemi familiari lo fermano. Si prepara al rientro nel '99: tratta con la Mercatone Uno per pedalare al fianco di Pantani, ma non c'è la firma conclusiva. Quell'anno rappresenta l'inizio della fine per Pantani, mentre per Pulnikov è la fine e basta. Almeno con il mondo del ciclismo. Non cerca nemmeno di restare in pista con un altro ruolo, magari a supporto di una squadra. «Ogni anno ci sono decine di ciclisti che smettono e restano senza contratto - racconta Pulnikov -. Cercano un posto come meccanico o magari come massaggiatore. Non parliamo poi di quelli che vorrebbero allenare». Vladimir passa così dal lavoro nel negozio di quella che ora è la sua seconda ex moglie a occupazioni saltuarie come giardiniere o muratore. Fino al posto in Gmp, svanito ormai da mesi.

Rimpianti? «No». Sicuro? «Forse sono stato scemo a smettere così, avrei potuto fare altri tre-quattro anni, fisicamente stavo bene». Di sicuro, non ha mai chiesto aiuto a nessuno. Non è nel suo carattere. Se ripensa ai tempi del ciclismo si definisce un «solista». Non gli mancano, però. E se per caso li sogna, si accende una sigaretta e soffia il fumo sui chilometri andati.

Emanuele Galesi
e.galesi@giornaledibrescia.it

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