Sport

Pelé è «passato» da Quinzano. Qui gli è stata dedicata una statua

Pietro Gandaglia inviò al «mito» una scultura: in cambio ricevette una dedica e... 5mila lire
Pietro Gandaglia con la scultura di Pelé - © www.giornaledibrescia.it
Pietro Gandaglia con la scultura di Pelé - © www.giornaledibrescia.it
AA

Pelé è «passato» da Quinzano. Qui gli è stata dedicata una statua dopo i Mondiali del 1990 disputati in Italia, qui è arrivata una sua dedica, non di quelle scritte dalla segretaria, ma invece pensata e siglata da lui, dalla prima all’ultima lettera con firma speciale, autentica e assolutamente rara.

Giacomo Gandaglia, personaggio di Quinzano, ci scrive sempre a proposito degli eventi particolari di ogni genere passanti per la sua terra e ci ricorda l’aneddoto. «Intanto - precisa - Pelé va scritto con l’accento acuto ed è bene accennato nella dedica inviata a mio padre Pietro, morto dieci anni fa, un bravo artista. Lui aveva creato una scultura per il grande Pelé e aveva inviato le fotografie in Brasile con cinque mila lire, caso mai il campione avesse dovuto pagare qualche spesa di consegna e restituzione...».

Era il 20 settembre 1986 e Pietro Gandaglia, dopo avere creato la scultura in cui appare il grande campione con un pallone vicino e uno stadio dietro, gli invia le immagini dell’opera con quelle famose cinquemila lire per eventuali spese. Passano quattro anni e il 23 luglio 1990, terminato il campionato del mondo in Italia, Pelé gli risponde, quasi inaspettatamente, gli dedica una fotografia corredata sul retro da una dedica scritta di suo pugno: «A Pietro do amigo Pelé» con la restituzione delle mitiche cinquemila lire per ottemperare o contribuire alle spese di restituzione.

Affetto

Il biglietto scritto dalla leggenda carioca
Il biglietto scritto dalla leggenda carioca

«Da allora - ricorda Giacomo Gandaglia - mio padre Pietro si ritenne amico di Pelé siccome lui scriveva dal suo Brasile alla nostra Quinzano». Pensate, quattro anni dopo, non colpa delle Poste, semmai rilancio della memoria di un campione sempre vicino ai suoi ammiratori con tanto di restituzione di quei soldini, a dimostrazione di una bella pulizia nel rapporto tra il fuoriclasse e il suo sportivo-tifoso italiano. Da noi, nelle Basse, prima che il Brasile di Pelé vincesse il Mondiale, a pochi chilometri di distanza da Quinzano, i motellesi di Motella di Borgo San Giacomo riempivano di manifesti le contrade con su scritto:«Non insistere Pelé, la Rimet non é per te».

Il Pasquino era il nostro Gian Mario Andrico e Pelè lo «ascoltò» inchiodandoci su un quattro a uno con un gol in cui si alzava al cielo e andava in rete in un miracoloso colpo di reni: ciao Burgnich, ciao Italia pure gloriosa. Molti anni prima, ancora bambini, noi affrontavamo la finale dei mondiali 1958, giocata a Stoccolma, tra Brasile e Svezia, vinta dal ragazzo Pelé, 16-17 anni, autore di due gol, uno più bello dell’altro.

Ci innamorammo di lui e della Selecao al mitico caffé Motta di Orzinuovi, università popolare di preti, avvocati e operai, dopo la nostra Italia, il Brasile fu la nazionale più amata, terza l’Argentina. In bianco e nero Pelé sembrava ancora più giovane e bello, sveniva alla fine e noi con lui, aprendo a una stagione di autentiche illusioni.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

Iscriviti al canale WhatsApp del GdB e resta aggiornato