Palacio, il leader riservato che vuole giocare fino a 41 anni

Al giorno d’oggi, l’impresa eccezionale è essere normali. Nell’accezione migliore del termine, quella che porta ad associarlo all’equilibrio. Che quando trova il suo compimento massimo, può comunque portare a compiere imprese eccezionali. Sembra un paradosso, ma non è. Più che altro, sembra... Rodrigo Palacio. Il nuovo personaggio-non personaggio del Brescia che nell’epoca dell’apparire dove si può e ogni volta che si può fa della privacy e della riservatezza uno dei suoi inconfondibili marchi di fabbrica. Il che, naturalmente, contribuisce ad ammantare la sua figura di ulteriore fascino invogliando alla curiosità. Per sapere cosa c’è dietro a un esempio di longevità sportiva che fa venir voglia di gridare al miracolo, e che non accenna a finire visto che Palacio vuole giocare fino a 41 anni.
Perché non puoi che rimanere a bocca aperta di fronte a un signore di 39 anni, 7 mesi e 6 giorni (timer fermato a sabato scorso) che si è esibito nei teatri calcistici più prestigiosi, ma che scende in campo nello stadio «Moccagatta» di Alessandria con l’approccio di chi non solo sembra abbia 10 anni, ma pare stia giocando una finale di Coppa del Mondo. E invece, era solo una terza giornata qualunque di un campionato di serie B. C’è stato il gol - quello che fa di lui il marcatore più vecchio della storia del Brescia (prima era Baggio) - ma soprattutto c’è stata l’attitudine: con la voglia di rincorrere gli avversari, con la voglia di mettersi a pressare a tuttocampo.
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Chi ancora pensava che «Don Rodrigo» fosse venuto a Brescia per fare un favore a Inzaghi, per trovare un ultimo stipendio o per aggiornare l’almanacco personale con un’esperienza in più buona per far statistica, s’è proprio sbagliato di grosso. Perché quel signore argentino di Bahía Blanca che con una treccina sulla nuca che nemmeno lui sa perché se l’è fatta (risale al 2001) e che ora sa solo che se la taglierà quando smetterà di giocare, le statistiche vuole riempirle di sostanza. Quella che fa già delle sue «mezz’ore» in campo delle mezz’ore per esteti e amanti della bellezza del calcio. E il Brescia, ringrazia il giorno in cui Inzaghi ha buttato lì l’idea e Cellino l’ha raccolta con l’idea di fare di Palacio quello che con la sua sola presenza in allenamento alza il livello di tutti e su tutti i fronti.
Solo che poi in allenamento Rodrigo non è solo il «papà» che dà i consigli ai giovani, ma è quello che tira il gruppo ed è quello che dal gruppo si fa trovare per primo al centro sportivo, già intento a fare stretching mentre gli altri cercano parcheggio: per lui, un allenamento vale come una partita. Arriva spesso in tuta e arriva spesso da Milano da dove tendenzialmente fa avanti e indietro. Ma di lui si sa davvero pochissimo, se non che ha una moglie - Wendy - e una figlia, Juana. Nessun eccesso. La discrezione è la specialità della casa di un argentino che in quanto tale ama la carne, ma che non ne abusa perché sa che nel mantenimento di un corpo sano e messo alla prova da mille battaglie oltre che dalla carta d’identità, l’alimentazione gioca un ruolo fondamentale. Però, Palacio non è maniaco di nulla, nemmeno a tavola: mangia un po’ di tutto e semplicemente tiene a se stesso. E forse, semplicemente è una questione di Dna visto che il padre José Ramn ha giocato come ala in Spagna fino a 41 anni. Ed eccola qui allora la deadline che Rodrigo s’è dato: cercherà di giocare fino alla stessa età di papà.
E nel frattempo cercherà anche di segnare: è già il marcatore «senior» del Brescia (l’anno scorso invece col Bologna divenne il giocatore più vecchio dei 5 principali campionati europei ad aver firmato una tripletta), ma a lungo andare in stagione può diventarlo anche di tutta la serie B. Per ora è terzo: il gol più «vecchio è quello di Cristiano Lucarelli che segnò nel 2017 in un Parma-Entella a 40 anni, 2 mesi e 29 giorni. Poi c’è Davide Moscardelli che (nel 2018) fece gol in Cittadella-Pisa a 39 anni, 10 mesi e 13 giorni. Per la cronaca: i 40 Palacio li compirà il prossimo 5 febbraio. Di sé, quando gli si chiedono pregi e difetti sul campo, indica tra i primi la generosità e tra i secondi il fatto che se non è soddisfatto del suo rendimento, si bastona da solo: con se stesso non è per nulla indulgente.
«El trenza» (gli piace essere chiamato così) vive di passione e nel gran calderone c’è spazio anche per il basket. Intanto è amico di una leggenda vivente come Manu Ginobili (anche lui è di Bahía Blanca) e quando era a Bologna si divideva tra le partite della Virtus e quelle della Fortitudo. A Milano invece c’è l’Olimpia. L’umiltà dentro lo spogliatoio è la sua cifra e quando c’è un problema con lui se ne può parlare affinché poi lui eventualmente possa farsene portavoce.
Si chiama leadership. Si chiama equilibrio. Si chiama Rodrigo Palacio.
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