Da Kathmandu ai passi dell'Himalaya più elevati del pianeta. Fino all'estremo, al simbolo di imprese alpinistiche oggi forse appannate da un certo consumismo turistico della montagna, il Campo Base dell'Everest.
Omar Di Felice, il romano divenuto icona dell'ultracycling italiano (da poco ha pubblicato anche il libro «Pedalando nel silenzio di ghiaccio»), questa mattina ha raggiunto il luogo da cui gli alpinisti di tutto il mondo danno - a piedi - l'attacco al re degli ottomila. Lo ha fatto a conclusione di un'impresa nell'impresa, toccando in una incredibile traversata lunga 19 giorni alcuni dei passi il cui solo nome fa tremare le vene ai polsi, in sella ad una speciale bici (come lui tutta italiana: la Wilier Triestina) fra estremi di ogni tipo. Per dirla in cifre: ha coperto un totale di 1.300 km (1.294 come posta lo stesso biker, seguitissimo anche nel corso dell'impresa sui social) per un dislivello complessivo di 34.586 metri. Roba da far venire male alle ginocchia anche al più assiduo frequentatore di granfondo e affini.
Davanti a questo successo, in terra bresciana non si può non ricordare quello che è forse il solo biker nostrano ad aver raggiunto quelle quote in bici, vale a dire il clarense Willy Mulonia (di recente autore del libro autobiografico «Chino verso Nord») che raggiunse nel maggio 2004 il campo base del versante cinese-tibetano dell'Everest in solitaria, perdendo 7 kg di peso in 19 giorni, tanti quanti gliene servirono per andare da Lasha a Kathmandu attraverso diversi passi over 5.000.
Un traguardo straordinario che, proprio oggi, 8 marzo, festa della donna, Di Felice ha voluto dedicare con un messaggio anticipato via social alla compagna Sara che da 13 anni lo sostiene nella sua vita estrema.
Il biker, paladino delle due ruote a trazione umana, divenuto un testimonial delle imprese estreme anche per incentivare la pratica del ciclismo di tutti i giorni, non è infatti nuovo ad avventure simili. Proprio nel 2020 aveva portato a segno la traversata (pure invernale) del Deserto dei Gobi in solitaria, che aveva dovuto rimandare a causa dell'investimento rimediato mentre si allenava in bici sulle strade di casa. Episodio che non aveva mancato di far conoscere proprio per sensibilizzare tutti gli utenti della strada al rispetto dei ciclisti. Anche di quelli che all'Everest non arrivano, ma hanno il diritto di tornare a casa sani e salvi ogni sera.
Grande l'emozione espressa e condivisa via social da Di Felice, direttamente dalla vetta del mondo: «Ed ora quassù, da solo, tutto il resto sparisce e ci sono solo la gioia, l’emozione e l’orgoglio per questi 19 lunghi giorni inseguendo un sogno. Io, la mia bicicletta e, di fronte a me, la montagna più alta del mondo. Ho finalmente raggiunto “il mio Everest"».




