H’maidat: «In carcere ho visto l’inferno, ora sono rinato»

Non importa quante volte cadi, ma quante volte cadi e ti rialzi: un aforisma a effetto, di quelli che sono perfetti per darsi un tono e accompagnare una fotografia sui nostri social.
Senza pensarci più di tanto, senza pensare a chissà quali cadute. Chi a questa «didascalia» sa perfettamente che tipo di significato e peso dare, è Ismail H’Maidat.
Lo ricordate? Centrocampista olandese-marocchino classe ’95, piede buono e mancino, arrivò a Brescia nella stagione ’14-15. Aveva 19 anni, c’erano grandi aspettative. Con la V in due stagioni colleziona 42 presenze e un gol: abbastanza perché la Roma lo pagasse 150.000 euro cash più le proprietà di Emanuele Ndoj e Michele Somma. Per una valutazione complessiva di circa 3.500.000 euro. Sembrava una favola. Macché.
«Io non lo so che cosa mi è successo in quel momento della mia vita» ci dice Ismail che oggi di anni ne ha quasi 26 e che è reduce dai festeggiamenti con il Como per il salto in serie B. Per H’Maidat, una festa promozione che vale come l’inizio del secondo tempo di quella, la sua, che può essere comodamente una vita da film. Brutto, molto brutto. Ma col lieto fine: «Grazie al Como al quale io devo moltissimo e al quale non smetterò mai di essere riconoscente per l’enorme opportunità che mi è stata data».
Occorre ritornare a quel «Non lo so cosa mi sia successo in quel momento della mia vita...» di quando Ismail credeva di avere il mondo in pugno con uno stipendio, alla Roma, di oltre 10.000 euro al mese. Era un buon punto di partenza. Sì: ma per finire dritto all’inferno. La Roma crede in lui, ma lo manda a farsi le ossa in B tra Ascoli e Vicenza poi Olhanense e Westerlo, in Belgio. Dove H’Maidat circondato dagli amici sbagliati, finisce accusato di 5 rapine a mano armata tra il 2017 e il 2018. La Roma con cui è ancora sotto contratto immediatamente rescinde, lui finisce condannato a 46 mesi di carcere. Ci entra. E ci resta 11 mesi e mezzo prima di essere scagionato, assolto.
Come un incubo, peggio di un incubo: «La mia vita non c’era più, il calcio poi era una cosa lontanissima. Ma sono riuscito a non crollare perché mentalmente sono stato forte e perché ho potuto contare sul sostegno di chi non ha dubitato di me come la mia famiglia e mia moglie Talal con il bambino Omar che mi sono sempre stati accanto». E poi: «Sono uscito dal carcere - un’esperienza che mi rimarrà dentro per sempre - che non volevo più sentir parlare del calcio. Cercavo di capire cosa fare... Sono stato due mesi in questo stato mentre intorno la mia famiglia mi spingeva a ripartire e riprovarci in qualche modo. A un certo punto qualcosa si è riacceso, mi sono convinto a cercare una nuova chance ed è arrivata l’occasione col Como».
Doppio salto: dalla D alla B. «Non era facile dare una chance e a uno come me: loro hanno avuto il coraggio e oggi io sono felice di aver ripagato la loro enorme fiducia... Sono maturato, ho avuto modo di capire che cosa ho sbagliato quando ero un ragazzino. Certamente ora so chi sono gli amici e chi no. Poi ripensando a me ragazzino, non sono stato uno facile: se un allenatore non mi faceva giocare, diventavo per così dire fastidioso. Così facendo non ero però corretto nei confronti di mister e compagni. Ero un po’ naif e sono stato poco intelligente... È accaduto però tutto dopo Brescia dove penso di essermi sempre comportato bene e ho avuto un bel rapporto con Javorcic, Calori, Jaconi... Dei ragazzi con cui ho giocato mi sento ancora con Benali e Edo Lancini, poi ho conservato un rapporto col dirigente Piovani. Comunque sia, se potessi tornare indietro penso che il salto in una grande lo rifarei: forse ho solo sbagliato squadra... Anche il fatto di essere straniero e di non conoscere all’epoca molto bene la mentalità italiana penso non mi abbia aiutato. Oggi invece ormai mi sento dei vostri ed è all’Italia che devo tutto. Se provo rabbia per quello che ho patito? Sì, ma guardo avanti. E quella rabbia la voglio utilizzare per tornare in alto e riprendermi tutto. Intanto, non vedo l’ora di ritrovare sul campo il mio Brescia». Morale: «Sono caduto, mi sono rialzato e spero di essere utile per capire che agli errori si può rimediare».
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