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Fabio Fossati, coach benemerito: «Sono onorato»

Riconoscimento dalla Fip per Fossati: «Partire da Brescia fu fondamentale, avrei voluto l’azzurro...»
Fabio Fossati, allenatore di Lissone residente a Brescia da 42 anni - © www.giornaledibrescia.it
Fabio Fossati, allenatore di Lissone residente a Brescia da 42 anni - © www.giornaledibrescia.it
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«Allenatore benemerito d’Eccellenza»: anche il brianzolo-bresciano Fabio Fossati è ora nel gotha della pallacanestro italiana, incastonato come un gioiello tra i gioielli, in mezzo ai grandissimi Rubini, Gamba, Guerrieri, Recalcati, Peterson, Pianigiani, Taurisano, Bianchini, Tanjevic, Zorzi, Bucci, Arrigoni giusto per citarne alcuni.

Di stanza a Brescia dal 1978, quando divenne playmaker della Pinti Inox, poi allenatore del Basket Brescia, Fossati ha scritto nel femminile le pagine più belle vincendo uno scudetto con Como e due con Schio, ha allenato poi anche la Dinamo Mosca. «Sentivo che qualcosa bolliva in pentola - ci svela il 69enne di Lissone dalla sua casa di Brescia -, la segretaria di Petrucci mi aveva accennato qualcosa. Devo ammettere che ci tenevo perchè penso di aver tenuto alta la bandiera tricolore allenando anche fuori dai nostri confini dato che mi sono seduto sulle panchine di Svizzera, Bangladesh e Camerun. Attualmente lavoro per il governo ungherese, cerco di formare nuovi allenatori trasmettendo loro quello che ho imparato negli anni ovvero che non bastano tecnica e tattica, ma un coach deve avere anche altre qualità».

L’avventura in panchina cominciò proprio a Brescia: «Nella stagione ’85-86 fui vice di Taurisano, un coach che avevo avuto da giocatore e che studiavo così come Bianchini. Non sempre la pensavo come loro, ma mi segnavo tutto». Nell’ 86-87 con l’Ocean il primo anno da capo allenatore: «Ottenni una salvezza in A1 all’ultimo secondo dei play out. Fu fondamentale partire bene, per capire che poteva diventare il mio lavoro. L’anno dopo però sbagliai ad accettare una squadra non all’altezza, ma avevo un debito di riconoscenza verso Pedrazzini. In estate mi aveva cercato la Pallacanestro Livorno: dovevo andare lì. Restai a Brescia, venni esonerato e la squadra retrocesse».

L’altra svolta fu il femminile: «Il settore rosa è stato sempre considerato figlio di un Dio minore. Ma ho allenato e vinto alla Comense, la Juventus del basket femminile. Ho vinto a Schio dove non ci era riuscito nessuno. Mi aspettavo che mi dessero la panchina dell’Italia femminile. E’ il mio unico rimpianto».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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