Dalle lacrime dell’Inghilterra spicca una certezza: la classe di Bellingham

I giochi di parole si sprecano: all’Europeo l’inno di speranza inglese «It’s coming home» venne storpiato goliardicamente dagli italiani nell’indimenticabile «It’s coming Rome». Ora sono i media britannici, con invidiabile autoironia, a proporre una rivisitazione del motto: «We’re coming home», ovvero «torniamo a casa». È il destino toccato all’Inghilterra dopo la sconfitta ai quarti di finale del Mondiale contro la Francia, graziata nel finale da Harry Kane, l’«uragano», che con il suo vortice ha finito per annientare i sogni di gloria dei Tre Leoni, anziché le velleità della Nazionale di Deschamps.
Così è la vita: una lezione appresa da tempo da Jude Bellingham, talento d’oro classe 2003 (insieme a Foden) della «new generation» d’Oltremanica. Il palcoscenico qatariota ha rappresentato in un certo senso la definitiva consacrazione del gioiellino di casa Dortmund, malgrado l’epilogo amaro. Un’ascesa alla quale l’allenatore del Brescia Pep Clotet, l’uomo che per primo lanciò il classe 2003 tra i professionisti, guarda da lontano con orgoglio paterno:
«Ci sentiamo spesso - svela il catalano -. Mi ha fatto una grande impressione lavorare insieme a lui, e mi piace crede che sia lo stesso per Jude». Fu sufficiente un istante, nel primissimo incontro nel cuore delle West Midlands, a Birmingham, perché Pep si rendesse conto di avere tra le mani qualcosa di grande: «Con lui discuto spesso della città e della squadra, molto meno del suo gioco in Nazionale, perché non mi sembrerebbe corretto nei confronti della Federazione».
Segnali forti
Non che ci sia granché da appuntare: fu la prima apparizione tra i grandi di Jude a rivelarne al mondo le stimmate da campioncino. «Ricordo ancora il suo esordio - racconta il tecnico del Brescia -. Eravamo sotto con lo Stoke, decisi di inserirlo e lui bagnò il debutto nel Birmingham City con un gol: i grandi giocatori lo fanno sempre…». In realtà aveva già effettuato un breve spezzone (da circa un quarto d’ora) nella gara precedente, a Swansea, ma la sostanza non cambia: Clotet sapeva. Dal primo istante. E il tempo è stato galantuomo: «Mi fa piacere che la gente inizi a conoscerlo per come è: io vedo ancora il ragazzino di sedici anni che iniziava ad imporsi con me in Championship».
Il futuro potrebbe riservare a Bellingham il grande salto nell’Olimpo dei centrocampisti, in quel Real Madrid che lo monitora da anni e che in lui riconosce tutti i requisiti per ereditare lo scettro di re Luka Modric. Esiste il rischio che il grande salto sia prematuro? Macché: «Jude non ha limiti, l’ho sempre pensato - chiosa Pep -. Una volta Klopp ha detto che ha un solo problema: non è sul mercato. Concordo con lui: può giocare ovunque».
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