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«Chi il datore di lavoro, Corioni o gli ultrà?»


Sport
25 set 2013, 20:39
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Tre giorni di silenzio, e due anni di contratto stracciati. Non capita spesso, nel calcio, che sia un allenatore a lasciare il suo incarico e non viceversa. Marco Giampaolo, 47 anni, una carriera tra piccole di serie A e ambizioni in B, non ha solo scelto di chiudere la sua esperienza al Brescia.

Ha anche detto no, con il suo comunicato, «a un modo di intendere il calcio selvaggio, dove un pareggio è una mezza sconfitta e una vittoria è dovuta. Bastano cinque giornate di campionato e vai a processo davanti a 50 tifosi: umiliante - è il suo sfogo all’Ansa, dopo 72 ore nelle quali era dato per disperso - Ma io dico: chi è il mio datore di lavoro, il presidente Corioni o gli ultrà?».
 
Giampaolo racconta che dopo le dimissioni irrevocabili «ho staccato il telefono, per non disturbare la squadra e non vedere strumentalizzate le mie frasi. E invece anche il mio silenzio è stato manipolato. Amareggiato? Sì, per i giocatori...».
Ma lo sfogo di Giampaolo preosegue. «Mi hanno fatto passare per pazzo, con questa storia della sparizione - dice - e invece sono lucidissimo. Avevo detto chiaramente alla società che lasciavo, sapevano tutto. Ma la vicenda è una cartina da tornasole. D’altra parte il primo segnale era arrivato con la vicenda Gallo (il tecnico in estate ha rinunciato al suo secondo per le pressioni degli ultrà, ndr)».

Poi, qualcosa in più è avvenuto. «Nel calcio la parola ’programmazione' è abusata - dice -. Vincere è una parola vuota, se dentro non ci metti il lavoro: eravamo partiti con un programma biennale, la valorizzazione dei giovani...Poi sono arrivate promesse alla gente non in linea con quanto detto, e neanche con gli investimenti. Così, sono andato a ’processo' davanti a quaranta tifosi: chi saranno stati poi, i parenti dei giocatori? Io devo rendere conto alla società, e indirettamente alla tifoseria. Ma chi è il mio datore di lavoro?...Mi dispiace, questo è un calcio selvaggio. Non il mio calcio, per il quale sono pronto ancora a scontrarmi con le realtà, da sognatore o idealista».

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