Scariolo: «Io, sempre guidato dalla ricerca dell'equilibrio»

Sergio Scariolo, allenatore di Virtus Bologna e della Nazionale spagnola, ha presentato la sua autobiografia in redazione al Giornale di Brescia
Daniele Ardenghi

Daniele Ardenghi

Giornalista

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SCARIOLO: "TANTA BRESCIA NEI SUCCESSI"

L’infinita importanza delle parole. Dovremmo riscoprirla tutti. L’infinita importanza della scelta dei vocaboli e della loro organizzazione, per veicolare un pensiero, fuori dalla teoria e dentro la carne delle cose. Il filo che lega le parole e i fatti della vita di Sergio Scariolo - coach bresciano attualmente alla guida di Virtus Bologna e Nazionale spagnola, leggenda della pallacanestro - si chiama equilibrio. Tra istinto, psicologia, inventiva, didattica, tecnica, maieutica. «L’equilibrio è la forma che ti deve guidare nella vita», è uno dei concetti più pregni di significato che il sessantenne ha espresso nel corso della presentazione dell’autobiografia scritta con l’autore bresciano Paolo Frusca «Uomo a tutto campo - Storie vincenti di un gestore di campioni» (Baldini+Castoldi, 334 pp, 18 euro), che si è tenuta ieri nella Sala Libretti del Giornale di Brescia, per il ciclo d’incontri «Il filo delle idee».

A questo link è possibile rivedere la presentazione di ieri introdotta dal vicedirettore del nostro quotidiano Gabriele Colleoni e moderata dal caposervizio della redazione sportiva del GdB Gianluca Magro. In collegamento da Vienna il co-autore Paolo Frusca. In sala, anche la madre e la sorella di Scariolo, Angelina e Nadia. E amici del coach, appassionati, giornalisti. I proventi della vendita del libro andranno alla Fondazione Cesare Scariolo, creata alla memoria del padre, che sostiene bambini affetti da malattie oncologiche, e le loro famiglie.

Sergio Scariolo in Sala Libretti al GdB
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Sergio Scariolo in Sala Libretti al GdB

In questo libro c’è tanta Brescia.Lei ha girato il mondo, ha vinto a ogni livello. Cosa si porta dietro della sua città?
«Quando alleni una squadra di club ti immedesimi nel territorio che rappresenta. E lo stesso vale per un Paese, la Spagna, di cui guido la Nazionale. Ma le radici sono sempre quelle. Rappresentano chi c’era, chi c’è e chi ci sarà sempre. Io sono cresciuto a casa, a scuola, per strada, a Brescia. Mi è rimasto dentro il valore del sudore. Più studi, più ti aggiorni, più scopri che il talento non basta. I risultati arrivano con la perseveranza, una picconata dopo l’altra».

I genitori, dunque. E la scuola, i due licei classici frequentati (Arici e Arnaldo), i maestri di pallacanestro Sales e Bianchini. Da chi altro si impara?
«Dagli avversari. E, nella maggior parte dei casi, quelli che ho incontrato sono stati leali. Avversari di ogni livello, anche quelli dei campionati minori, come Beppe Belli, allenatore del Bagnolo Mella di quando ero ragazzino. Urlava al suo lungo, che sbagliava canestri: «Appoggiala al cartilù» (al tabellone, ndr). Le persone che vogliono batterti, raggiungerti o superarti ti rendono forte ed esigente. Ti spingono a correre più veloce».

Riccardo Sales a Brescia, Valerio Bianchini a Pesaro, sono stati i suoi primi mentori nella pallacanestro...
«Sono stato fortunato, perché in brevissimo tempo, e quindi già da molto giovane, ho ricevuto gran parte di quegli insegnamenti che in genere si ottengono attraverso gli anni. La tecnica, la tattica, la didattica, l’organizzazione, la gestione del lavoro e delle persone, la comunicazione. Se devo attribuirmi un merito, è quello di aver saputo "rubare" dai miei maestri».

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Lei è coach di club, e al contempo commissario tecnico di una Nazionale importante e vincente come quella spagnola. Quali sono le principali difficoltà?
«Le principali difficoltà le ha la famiglia, perché in questo doppio ruolo ti trovi costantemente impegnato. Finiscono i campionati e iniziano le partite della Nazionale. È un ciclo che non si spezza. Devi tenere i contatti con due staff differenti, visionare giocatori e avversari in quantità doppia. Sono fortunato. Mia moglie (Blanca Ares, spagnola di Madrid, ex cestista di altissimo livello, ndr) è compagna e madre. Viene da questo sport e capisce tutto, anche se il basket, adesso, paradossalmente è diventato un suo... avversario. Per quanto concerne me, alla moltiplicazione dell’impegno rispondo con buone abilità di organizzazione. E con la capacità di delegare, quando necessario, a persone di cui mi fido».

Il giocatore più forte che ha allenato fin qui?
«Pau Gasol. In lui è confluita una lunga serie di talenti fondamentali per far vincere le squadre in cui ha giocato. In Spagna, con la Nazionale, in Nba».

E se dovesse invece stilare il suo quintetto ideale, sempre composto da giocatori che ha allenato?
«No, a questa domanda non so rispondere. Dovrei formare tre o quattro squadre. Posso però dire che il rapporto con i tantissimi giocatori che ho allenato è da sempre improntato sullo scambio. Durante una competizione, in un campionato, in un percorso, arrivano momenti in cui devi imparare a ribaltare completamente la prospettiva, immedesimandoti in loro. Chi, come me, non è stato un grande giocatore, deve imparare a entrare in empatia con i campioni. Capire cosa pensano, da che emozioni vengono attraversati. Se non hai avuto quell’esperienza, semplicemente, non lo sai. In questo processo di apprendimento mi ha aiutato molto mia moglie. Al contempo, un grande ex giocatore conosce come le proprie tasche quell’aspetto emotivo, ma non è detto che lo sappia gestire in veste di allenatore. Gestire non vuol dire assecondare. E ho imparato che rapportarsi ai giocatori, specie se giovani, è una sfida costante. Decenni fa esisteva solo il: 'Si fa così e basta'. Oggi devi ottenere fiducia, nel tempo. Ma devi pure saper essere fermo, e importi, quando le circostanze lo rendono inevitabile».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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