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Luigi Uberti, atleta e maestro di lotta per passione

Tre volte campione d’Italia nazionale in più occasioni quindi tecnico apprezzato anche nello staff azzurro
La stella al merito, il riconoscimento più apprezzato da Luigi Uberti - © www.giornaledibrescia.it
La stella al merito, il riconoscimento più apprezzato da Luigi Uberti - © www.giornaledibrescia.it
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Era poco più che un ragazzino Luigi Uberti quando, nei primi anni sessanta, per le strade del quartiere San Giovanni Bosco, a sud della ferrovia, vigeva la regola del più forte e guai a chi si ribellava. Stanco dei continui soprusi, allora, provò a dedicarsi alla boxe. «Ma si prendevano troppe botte, uno sport che non faceva per me».

Troppo caro un kimono per le arti marziali («la mia famiglia non poteva permetterselo»), in terza media scoprì che praticare la lotta non costava nulla. Attratto da questa nobilissima disciplina, inserita nel programma delle Olimpiadi antiche già 2.700 anni fa, non l’ha mollata più. Specializzatosi nella greco-romana, è diventato uno degli atleti italiani di punta, ha proseguito come allenatore di successo anche in Nazionale ed è uno dei più convinti divulgatori della disciplina in provincia di Brescia.

Oggi a 73 anni, va nelle scuole per insegnare ai più piccoli come difendersi ed a prevenire quei fenomeni di bullismo di cui fu vittima da piccolo

Al termine di un match vinto in maglia azzurra - © www.giornaledibrescia.it
Al termine di un match vinto in maglia azzurra - © www.giornaledibrescia.it

Uberti ha vissuto gli anni gloriosi della lotta bresciana, dei quali è stato uno dei più felici interpreti, alla scuola del mitico Luigi Rigamonti, fratello di Mario morto a Superga. Medico chirurgo, fondatore del Pronto Soccorso dell’Ospedale di Brescia, fu tre volte campione italiano dal 1946 al 1949 e nel 1950 si rese protagonista un grande gesto ai Mondiali di Stoccolma quando, operò al cranio l’avversario Johansson dopo che questi si era infortunato battendo la testa sull’assitto: le condizioni dello svedese peggiorarono nello spogliatoio e non essendoci nessuno disponibile ad operare, intervenne prontamente Rigamonti, che poi ricevette un encomio dal re di Svezia. Un episodio raccontato poi dalla penna magistrale di Gianni Brera e grazie al quale il medico lottatore si meritò poi il soprannome di Gran Lombardo.

La sua eredità tecnica e morale è stata raccolta da uomini come Uberti, che è partito dal nulla fino a conquistare la notorietà internazionale quando in Italia-Ungheria battè a sorpresa il fortissimo Istvan Toth. «Dopo l’incontro, l’allenatore avversario venne a complimentarsi con me e mi ringraziò, perché avevo punito il suo atleta, troppo convinto di vincere». Una lezione che fu molto utile poi a Toth nella successiva Olimpiade di Mosca del 1980, nella quale salì sul podio.

Nell’antichità la lotta era considerata come la miglior espressione di forza di tutte le gare ed era rappresentata, nella mitologia greca, da Ercole. Ad Uberti, invece, piace vederla come un’arte, perché utilizza soprattutto le armi della destrezza e dell’intelligenza. «Questo sport ai miei tempi ha salvato tanti ragazzi dal giro delle amicizie sbagliate. E ci si allenava dove capitava, spesso chiedendo ospitalità ad altre società». Quando ha smesso, nel 1983, da allenatore è riuscito a trasformare in palestra un ex ospizio ed ha avviato tanti ragazzi al successo.

Così Uberti si allenava in preparazione delle gare - © www.giornaledibrescia.it
Così Uberti si allenava in preparazione delle gare - © www.giornaledibrescia.it

Tra i suoi migliori allievi Simone Ferremi, campione d’Italia 1997 nei Cadetti, nel 1990 tra gli Juniores e terzo agli Assoluti nel 1994; e Federico Pucher, secondo ai tricolori Esordienti nel 1986 ed a quelli della categoria Speranze dal 1988 al 1990; sono loro che oggi continuano la sua opera nell’associazione Lotta Brescia di via Sondrio: agli ultimi campionati italiani Under 15 disputatisi a Ostia, due atleti del club hanno vinto l’oro: Gabriele Pucher nella categoria al limite dei 48 chili e Massimo Occhialini nei 52. Uberti però non si ferma, non lo ha mai fatto in vita sua, ancor meno oggi che è in pensione dopo aver lavorato come tecnico specializzato negli autogrill.

«Molto mi sono goduto mio nipote Fabio, che da piccolo ovviamente voleva sempre fare la lotta con me. Oggi non è più il caso, ha 19 anni e gioca a rugby». In compenso lo chiamano dappertutto, la sua agenda è sempre piena. E nelle palestre Uberti ci continua a lavorare. «Spesso mi chiamano quelli che praticano sport da combattimento, ragazzi pieni di muscoli, hanno bisogno di qualcuno che spieghi loro le prese». Entusiasti della lezione, spesso si fermano a fare selfie con il loro istruttore. «Almeno in questo, fanno tutto loro - sorride -, io non saprei da dove cominciare».

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