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Alberto Paris, quel bresciano con il «diritto migliore di Nadal»

Da Gardone Valtrompia a cinque anni di Davis fino al Forza e Costanza, dove adesso l'ex campione è direttore
Paris in veste di capitano del Bal Lumezzane, club promosso in serie A1 - © www.giornaledibrescia.it
Paris in veste di capitano del Bal Lumezzane, club promosso in serie A1 - © www.giornaledibrescia.it
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Corso di aggiornamento per maestri, il compianto Roberto Lombardi - uno dei più grandi formatori del tennis italiano - sta spiegando le caratteristiche biodinamiche di Nadal, indugia in particolari accuratissimi, poi in platea incrocia uno sguardo e annuncia a tutti. «Io, però, non ho mai visto un diritto come ce l’aveva quel signore lì». E indica Alberto Paris, a lungo numero uno del movimento bresciano e tra i primi dieci in Italia. Sorride, oggi, al ricordo.

Il direttore del circolo Forza e Costanza non è nuovo a simili attestati di stima. «Una volta - commenta soddisfatto - ritrovai Emilio Sanchez, uno che faceva strada negli Slam. Si ricordava ancora di me, diceva che col mio tipo di gioco gli davo fastidio».

Pallina dopo pallina

Paris ha imparato da subito il valore del sacrificio - © www.giornaledibrescia.it
Paris ha imparato da subito il valore del sacrificio - © www.giornaledibrescia.it

La notorietà internazionale, del resto, Paris se l’è guadagnata sul campo, disputando dal 1990 al 1995 la coppa Davis col Lussemburgo. «Un legame nato con l’amico Johnny Goudenbour: partecipai prima ai campionati a squadre di quel Paese, poi passai in Nazionale. Arrivammo anche a un passo dal tabellone principale dove avremmo affrontato proprio l’Italia». Poco ci è mancato restasse a vivere lì. Alla fine ha vinto la nostalgia per la terra di casa. Dove Paris ora può mettere a disposizione dei giovani talenti tutta la sua esperienza.

Crescita

Bel rovescio vecchio stile: Alberto Paris a 16 anni, colpisce a una mano - © www.giornaledibrescia.it
Bel rovescio vecchio stile: Alberto Paris a 16 anni, colpisce a una mano - © www.giornaledibrescia.it

Originario di Gardone dove papà era custode del circolo Redaelli, valtrumplino di scorza dura, Alberto ha cominciato da ragazzino. Mamma andava a prenderlo dopo la scuola per condurlo direttamente in città da Emidio Rossi, che aveva creato il Team biancazzurro proprio per crescere i migliori talenti della provincia. «Mangiavo un panino lungo il tragitto, per non perdere tempo. Oggi è impensabile proporre una cosa del genere ai genitori. Temono che i ragazzi si stanchino». Il piccolo Alberto invece non si fermava mai. Entrato presto nel mondo del tennis, non lo ha lasciato più e a fine carriera è diventato tecnico nazionale.

Poi l’ingresso in Forza e Costanza, dove ha costruito un circolo  in cui formare individui prima che campioni. «Non serve urlare, imporsi con l’autorità, riempire i ragazzi di regole - spiega -. Bisogna, innanzitutto, imparare ad ascoltarli». Da qui la concezione del Tennis Costanza come una grande famiglia. Molti degli attuali maestri sono stati a loro volta allievi di Paris. Notevole l’attenzione verso altre realtà. A giugno il circolo ha ospitato i regionali di tennis in carrozzina, vinti dall’Active Sport presieduta da Marco Colombo, che può contare su atleti del valore di Alberto Saia, Ivano Boriva, Edgar Scalvini.

Talent scout

Fiore all’occhiello della Forza e Costanza è ovviamente il torneo internazionale femminile organizzato in Castello e che nel 2022 tornerà dopo due anni di stop imposti da Covid. «La soddisfazione più grande afferma - ce la diede l’estone Kaja Kanepi quando vinse nel 2018. Perché poi andò agli Us Open, eliminò al primo turno l’allora numero uno Halep e la sua corsa si fermò solo agli ottavi contro Serena Williams, poi vincitrice».

Ad Alberto basta un’occhiata per capire le potenzialità di un atleta. «Quando nel 2004 vidi giocare a Manerbio l’allora diciassettenne Djokovic non ebbi dubbi: sarebbe diventato un fuoriclasse. Anche se fu eliminato ai quarti da Almagro». Ma come si intuisce la stoffa di un campione? «Dal senso di equilibrio. Guardate Sinner: gioca sempre con la testa alta e dritta, non perde mai il controllo del gioco e del corpo».

Lo stesso equilibrio che ha caratterizzato tante scelte di vita di Paris, che nel lavoro punta sulla trasmissione di valori umani prima di quella delle nozioni tecniche. Eppure, a un certo punto stava imboccando altre strade. «Un’importante azienda, facendo conto sulle mie conoscenze internazionali, mi propose un lavoro di rappresentanza. Si trattava di stare tutto il giorno in ufficio. Ho resistito tre settimane e sono tornato ai campi di tennis». Tutto sommato, è stato meglio così.

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