Sergio Onger, l'Ateneo «istituzione fondamentale nella storia della città»

Questa intervista è parte del progetto «Interviste allo specchio», condiviso con L’Eco di Bergamo e nato in occasione del 2023, l’anno che vede i due capoluoghi uniti come Capitale della Cultura 2023. Ogni domenica i due quotidiani propongono l’intervista a due personaggi autorevoli del mondo culturale (nell’accezione più ampia), uno bresciano e uno bergamasco, realizzate da giornalisti delle due testate. Di seguito trovate l’intervista al personaggio bresciano. Per scoprire il contenuto dell’intervista all’omologo bergamasco invece, vi rinviamo a L'Eco di Bergamo.
Incontriamo Sergio Onger, presidente dell’Ateneo - Accademia di scienze lettere ed arti di Brescia, nel palazzo dove il sodalizio ha sede, un edificio simbolo della storia e della cultura bresciane. Il conte Paolo Tosio - socio dell’Ateneo - e la moglie Paolina lo lasciarono nell’Ottocento in eredità al Comune insieme alle loro ricche collezioni d’arte. Qui venne aperta, nel 1851, la prima Pinacoteca civica, nucleo fondativo dell’attuale Pinacoteca Tosio Martinengo. Di tali intrecci profondi con l’identità culturale cittadina è intessuta la storia dell’Ateneo, fin dalla sua fondazione avvenuta nel 1802. Legami rinnovati negli ultimi anni e destinati a rafforzarsi, come spiega il presidente.
Prof. Onger, Brescia Capitale della Cultura quanto deve al suo Ateneo?
Direi che l’Ateneo ha avuto un ruolo fondamentale, se non determinante, nel creare l’immagine culturale della città. Sia perché fu il suo mandato statutario fin dalle origini, sia perché la municipalità gli ha riconosciuto questo ruolo. Già sulla prima medaglia che l’Ateneo conia a inizio ’800 è individuato un pantheon ideale della cultura cittadina, con le effigi di quattro bresciani cinquecenteschi: lo scrittore e umanista Jacopo Bonfadio, il pittore Moretto, l’agronomo Agostino Gallo e il matematico Nicolò Tartaglia. L’Ateneo contribuì poi in modo decisivo alla realizzazione, dal 1863, del Famedio del cimitero Vantiniano, destinato a contenere i monumenti di tutti i grandi del passato.
E il contributo alla ricostruzione della storia cittadina?
Il ruolo dell’Ateneo è essenziale. Anzitutto con gli scavi archeologici promossi dal 1823, che portarono tre anni dopo al ritrovamento della Vittoria Alata e hanno permesso di restituire alla città un eccezionale sito archeologico, oggi patrimonio Unesco. Poi nel 1830 con la realizzazione del Museo Patrio nelle celle del Capitolium, il primo museo cittadino. Del 1844 è il «Museo Bresciano Illustrato», una pubblicazione fondamentale, che ricostruisce la storia antica e paleocristiana in base all’esperienza degli scavi. Nel 1902 l’Ateneo promuove anche il Museo di storia naturale, divenuto nel 1949 Museo civico di storia naturale grazie a una convenzione fra Comune e Ateneo, che dona alla città tutte le sue collezioni.
Vennero gettate le basi dei musei attuali…
Nel 1860 il nostro socio Federico Odorici scrive al presidente Luigi Lechi, proponendo di chiedere al demanio militare di vendere al Comune il monastero di San Salvatore e Santa Giulia, che era caserma militare dall’età napoleonica, e di trasformarlo in un museo. Tra il 1823 e il 1860 l’Ateneo ha riletto e reinventato l’immagine storica della città, la sua percezione di sé, legandola fortemente alla storia patria.
Come si declina oggi questo impegno?
Continuiamo a produrre incontri, convegni e pubblicazioni scientifiche. Nel 2017 abbiamo avviato i restauri di palazzo Tosio. La scelta di riallestirlo come casa-museo – grazie al Comune e alla Fondazione Brescia Musei – ci ha permesso di aprirci anche a mostre temporanee, coerenti con la storia dell’Ateneo, di questo palazzo, della città nel XIX secolo.
Sarà così anche la mostra dell’anno prossimo?
Ne stiamo ragionando con Brescia Musei. Forse sarà aperta nel settembre 2024 e dedicata a «Byron e il mito della Grecia libera», nel bicentenario della morte del poeta. Giuseppe Nicolini, segretario dell’Ateneo di Brescia, fu il primo traduttore in italiano di Byron e il primo autore italiano di una sua biografia. Il pittore bresciano Giovanni Battista Gigola decorò nel 1826 una preziosa edizione del «Corsaro» di Byron. «I profughi di Parga» di Hayez, acquistato dal conte Tosio e custodito nella nostra Pinacoteca, è il più bel manifesto della cultura filoellenica italiana. Una vicenda che colloca Brescia nel pieno del contesto europeo.
A questo link l'intervista dell'Eco di Bergamo
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