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Dalle scuole ai diritti umani: in viaggio per solidarietà


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16 ago 2019, 07:07
Francesca Schena circondata dai bambini della scuola elementare di Kampala, Uganda  - © www.giornaledibrescia.it

Francesca Schena circondata dai bambini della scuola elementare di Kampala, Uganda - © www.giornaledibrescia.it

Perché partire? «Per scoprire realtà diverse», dice qualcuno. «Per aiutare» replica un altro. In sintesi: «Per imparare. E poi scopri che non finisci mai». Dal Nepal alla Romania, dal Guatemala fino all’Uganda, al Madagascar e poi oltre, fino in Cambogia. Sono solo alcune delle destinazioni dei 51 studenti dalle sedi dell’Università Cattolica, compresa quella bresciana.

Viaggi estivi, ma soprattutto esperienze di volontariato internazionale, nell’ambito del Charity Work Program, il programma promosso dal Centro di Ateneo per la Solidarietà internazionale (Cesi) giunto quest’anno alla sua undicesima edizione.

Francesca Schena studia Scienze dell’educazione, ha 21 anni e da almeno 15 coltiva un sogno nel cassetto: diventare maestra d’asilo. E ha scelto di compiere i primi passi in Uganda, con «Il piccolo principe» di Antoine de Saint-Exupéry come nume tutelare. «È un mese intenso, a 360 gradi - ci racconta al telefono da Kampala, dove si trova già dal 26 luglio -. Ogni giorno vado nella scuola, che è sia primaria sia un asilo. Collaboro con una maestra, che gestisce classi da 70 bimbi. È una bella prima esperienza... col botto!». Ma il suo servizio non si limita al supporto dell’insegnante: «Con due studentesse di Milano abbiamo ideato un progetto. Abbiamo portato qui "Il piccolo principe" in inglese, perché ci sembrava il libro migliore da cui partire per sviluppare attività con i bambini, dal disegno al racconto». Ma perché non qui, proverebbe a obiettare un sovranista, e perché proprio in Africa? «In verità, tutto è nato dal doposcuola a Urago Mella - risponde pronta Francesca -, dove c’erano tanti bimbi stranieri. E così quando ho scoperto il progetto della Cattolica ho deciso di partire. Perché è il momento giusto per scoprire una realtà diversa dalla mia e aprire la mente». 

In Madagascar. Con aspettative simili ma un diverso background in valigia, Pietro Malacarne è partito una settimana fa per Nosy Be, favolosa isola del Madagascar. Ventun’anni il 30 agosto, Pietro, che studia Matematica in via Trieste, si troverà nelle vesti di insegnante di italiano e francese: «Come mi sento? È un’esperienza nuova per me, il primo volontariato fuori dall’Italia. Per il bando Charity ho fatto un test di lingua, avevo studiato francese alle superiori. E poi ho scelto un’esperienza nella scuola, perché mi piacerebbe insegnare in futuro. Spero di essere d’aiuto e insieme di imparare. Aspetto l’effetto sorpresa, ma sono carico».

Cooperazione. Di taglio differente è il viaggio di Dalila Raccagni, dottoranda in Pedagogia. Insieme a un gruppo di bresciani, studenti o laureati dalla Cattolica, dalle università di Brescia e di Bergamo, è appena tornata dalla Cambogia, dopo due settimane in giro per il paese per un’esperienza sul campo di cooperazione internazionale. Un seguito, questo, di una summer school tenutasi a settembre 2018, organizzata da Fondazione Tovini, Museke e associazione V. Chizzolini insieme alle cattedre Unesco dei tre atenei. «L’idea di partire per la Cambogia si è sviluppata all’interno del percorso formativo, cui avevo deciso di partecipare, come tutor, anche per accrescere la mia formazione - spiega Dalila -. In Asia abbiamo viaggiato fra città e province, visitato scuole, fattorie agricole, le zone dei templi. Ci siamo confrontati con docenti universitari locali, che ci hanno raccontato la storia del paese e organizzato incontri con alcune Ong attive sul territorio. Non è stata quindi un’esperienza di volontariato in senso stretto, ma siamo partiti dalle sue basi. Dal capire come si scopre, cioè, un contesto, in cui poi si inizia ad agire per difendere i diritti dell’uomo».

 

Dalila Raccagni e il gruppo bresciano della summer school di Cooperazione Internazionale durante il viaggio in Cambogia © www.giornaledibrescia.it

 

Tre storie solo, sulle 51 possibili. Ma bastano a sconfessare le lamentele più comuni sui millennials. I «bamboccioni» parlano almeno due lingue, spesso possiedono titoli d’istruzione superiore, viaggiano per il mondo e mentre devono sgomitare per conquistarsi il loro futuro trovano il tempo di dedicarsi agli altri. Giovani, sì, ma di certo non storditi da Netflix sul divano, in attesa che il domani piova loro addosso.

 

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