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«Saremo sempre più onlife o rifiuteremo l’iperconnessione?»


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3 apr 2021, 07:10
L’immagine di copertina del libro edito da Donzelli - Foto © www.giornaledibrescia.it

L’immagine di copertina del libro edito da Donzelli - Foto © www.giornaledibrescia.it

È anche, una storia d’Italia degli ultimi settant’anni il saggio «Specchi infiniti» - sottotitolo «Storia dei media in Italia dal dopoguerra ad oggi» - di Andrea Sangiovanni (Donzelli, 521 pagine, 30 euro). Vi si ripercorre l’evoluzione del sistema mediatico nel suo costante intrecciarsi con lo sviluppo sociale, economico, politico e tecnologico del Paese, ed anche con il modo in cui si è andato costituendo l’immaginario degli italiani.

Dai rotocalchi ai fumetti, dai giornali ai libri, dalla radio alla televisione, dal cinema all’industria musicale, dai computer alle reti digitali, vengono ripercorse tappe della rinascita e dello sviluppo dell’Italia che sono tutt’uno con le trasformazioni di un sistema mediale enormemente ingigantito rispetto alle età passate.

Abbiamo intervistato l’autore, che insegna Storia contemporanea e Storia dei media all’Università di Teramo. Prof. Sangiovanni: lei scrive che il suo libro tenta di raccontare la storia dei media in Italia con un approccio «olistico». In che senso? Intendo dire che chi fa storia dei media deve provare a tenere insieme tutte le varie componenti che costituiscono i diversi mezzi di comunicazione di massa, da quella tecnologica a quella istituzionale e politica, da quella linguistica a quella sociale a quella industriale.

Ogni medium, cioè, deve essere considerato come un prodotto culturale complesso che nasce dall’interazione fra differenti aspetti, oltre che dalla negoziazione fra i produttori di contenuti, i decisori politici e il pubblico. Propongo, infine, che i media vadano studiati in un’ottica sistemica, ovvero nel rapporto che la radio, il cinema, la televisione, la stampa ecc. stabiliscono fra di loro, e che il sistema mediale nel suo insieme stabilisce con la società.

Perché Internet è stata così a lungo, in Italia, un oggetto misterioso? Per ragioni industriali, innanzitutto: da un lato c’era (e c’è) un ritardo nell’alfabetizzazione informatica, già sul piano della diffusione dei computer, prima ancora che sulla capacità di usarli; dall’altro lato, i costi di connessione erano molto alti. Il salto di qualità, in questo senso, si è avuto con la nascita degli smartphone e con la diffusione delle reti mobili.

Tuttavia non credo che vadano trascurate ragioni culturali e più strettamente mediali: Internet arriva in Italia negli anni in cui la televisione è il baricentro del sistema mediale, ruolo che aveva già da diversi anni ma che allora, a metà degli anni Novanta, era rafforzato dalla «discesa in campo» di Silvio Berlusconi. A ciò si aggiunga che al grande pubblico Internet viene presentata sin dai suoi esordi come una «curiosità» tecnologica, che quindi intercettava la sensibilità di una parte limitata della popolazione.

Quali sono le difficoltà imposte dalla transizione al digitale sul piano dell’informazione, ma anche della disinformazione di massa? Credo che l’elemento centrale sia la (presunta) disintermediazione: l’accesso diretto dei cittadini alla sfera pubblica, senza mediatori, rappresenta una grande conquista ed una fenomenale opportunità per rinnovare l’informazione. Basti pensare al «giornalismo dal basso», il «citizen journalism», che può arrivare istantaneamente ovunque, per cui possiamo sapere cosa accade anche laddove vige la censura.

Allo stesso tempo, però, lascia il pubblico - per così dire - indifeso: o, meglio, trasferisce al pubblico stesso la responsabilità di filtrare le informazioni (che è - appunto - il lavoro del «mediatore», del «gatekeeper»), cosicché chi ha meno capitale culturale ha più difficoltà nell’individuare rapidamente un’informazione falsa o anche solo tendenziosa.

In che modo la pandemia ha modificato il panorama dei media? In modo radicale: ci sono settori dell’industria mediale - come l’esercizio cinematografico - in fortissima crisi, settori che hanno dovuto ripensare se stessi (come ci dicono le recenti polemiche su Sanremo senza spettatori), settori nuovi ai quali la pandemia ha dato una spinta notevole (le piattaforme di streaming).

Ciò che è ancora presto per capire, però, è cosa sia successo dal punto di vista degli spettatori, dei fruitori di media: viviamo - e vivremo - sempre più in una dimensione «onlife» (in cui mondo digitale e reale sono sovrapposti) oppure avremo un rifiuto dell’iperconnessione? Sarà il tema dei prossimi anni, anche se, credo, sarà difficile tornare, per così dire, al «mondo di prima».

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