Ue e difesa comune: la guerra in Ucraina e il tabù caduto

La fiducia, si sa, si costruisce nel tempo, secondo un detto comune. Molto, ce lo dice il vissuto, ne è necessario quando si tratta di collaborazioni economiche e d’altro tipo tra Stati, pur membri di un processo di integrazione, come quelli dell’Ue. Ancor di più sarebbe necessario quando si tratta di cooperare su un tema tanto delicato come lo è quello della difesa, denso di implicazioni politiche e di riflessi sui consensi elettorali. Ora, di fronte all’incalzare degli eventi e dopo anni di benign neglect, spese e investimenti nella difesa sono in aumento nell’Ue, ma ancora scarsa è la collaborazione tra i Paesi membri.
Questa la prima indicazione del rapporto annuale dell’Agenzia europea della difesa (Eda) per il biennio 2023-’24.
Tuttavia, questa la seconda indicazione, le prospettive per un consistente aumento della collaborazione nella difesa sono solide.
Questa accelerazione e questo un cambiamento di prospettiva sono legati a come la sicurezza viene oggi percepita in Europa. Quanto, sino un triennio fa, era un qualcosa di granitico, ora ha subìto un drastico deterioramento. Sia pur riottosi, gli Stati membri stanno così aggiornando i propri piani di difesa, in termini di produzione e di investimenti. Ridottesi dai 210 miliardi di euro del 2008 ai 182 del 2014, come conseguenza della Grande recessione, e dopo aver riguadagnato il livello precrisi nel 2019, le spese per la difesa non hanno cessato di accelerare, raggiungendo, nel 2023, i 280 miliardi, corrispondenti all’1,6 per cento del Pil Ue. Al termine di questo 2024 sono stimate in 325 miliardi. Questo risultato, corrispondente all’1,9% del Pil, le avvicinerebbe all’obiettivo (2%) fissato in sede Nato. Certo rimarrebbero non trascurabili differenze tra gli Stati membri, con un’Italia all’1,5%, e Baltici, Polonia e Grecia appena sotto o sopra il 3 per cento.
Un andamento strettamente legato, segnala il rapporto, alla guerra portata dalla Russia in Ucraina con aspettative di una pace lontana. Ma anche, va aggiunto, a prospettive di un dopo-pace nel quale varrà più la capacità di difendersi, ossia l’efficacia-deterrenza dell’apparato militare, piuttosto che la diplomazia e le buone relazioni internazionali, a garantirne il consolidamento.
La difesa è il classico bene pubblico la cui produzione risulta tanto più efficiente (in termini di minor gravame sui contribuenti) e tanto più efficace (in termini di più elevata sicurezza) se prodotta come effetto di una politica comune tra Paesi integrati. Perdemmo in Europa un’opportunità nel 1954 (fallimento della Ced), probabilmente per via di robuste prospettive di détente. Quelle prospettive sono ora assenti.
Sempre più si va formando l’esigenza di un aumento delle spese per la difesa, per porre le fondamenta di un’Europa capace di garantire maggior sicurezza ai suoi attuali 450 milioni di cittadini e a quelli in prossimo arrivo. Solo una cooperazione potenziata potrà generare le economie di scala tali da massimizzare l’impatto delle attuali spese ed investimenti. Sta evidentemente agli Stati membri, con le loro autonome scelte politiche, ma anche alle iniziative dei privati presenti nel settore, sfruttare queste possibilità. «Per raggiungere un livello più elevato di interoperabilità, efficienza ed efficacia delle forze armate dell’Ue», come si legge nel rapporto. Per entrambi gli attori, ci vorrà lungimiranza, sacrificando in guadagno di oggi, profitto per l’impresa, voti per la politica, per quello domani. In termini più generali si tratta di costruire una politica coordinata con obiettivi comuni di medio e lungo periodo. Le urgenze, basti pensare alla pandemia, hanno fatto compiere notevoli passi innanzi. Quella geopolitica con la quale ci confrontiamo, deve portare l’Europa alla consapevolezza di scelte forti, nel segno di una reciproca fiducia, per un futuro di sicurezza condivisa.
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