Opinioni

Ubuntu, la parola che può salvare il mondo

Nessuno esiste da solo. Una verità universale che gli africani hanno condensato in un’unica parola: Ubuntu - dal bantu «umuntu ngumuntu ngabantu» - Io sono perché noi siamo
Ubuntu - dal bantu «umuntu ngumuntu ngabantu» - Io sono perché noi siamo
Ubuntu - dal bantu «umuntu ngumuntu ngabantu» - Io sono perché noi siamo
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Esistono date che dividono il Tempo. Momenti in cui il treno della storia intercetta uno scambio invisibile e muta ineluttabilmente direzione e panorama, noi sopra, affaccendati nelle solite cose, pensandoci eterni. Come quel 1° settembre del 1939, che coglie W.H. Auden (poeta americano) seduto «in una delle bettole della Cinquantaduesima strada incerto e spaventato» mentre i carri armati tedeschi varcano il confine polacco, e avverte cambiare il vento della storia e ci lascia riflessioni (purtroppo) incredibilmente attuali.

«I and the public know what all schoolchildren learn, those to whom evil is done do evil in return». Io e il pubblico sappiamo ciò che tutti gli scolari conoscono, coloro a cui viene fatto del male rendono il male a loro volta. Alla vigilia di una guerra che avrebbe divorato milioni di vite, il poeta coglie una verità devastante: la violenza genera violenza ed il male si riproduce in un circolo senza fine. Ma riesce a dire: «All I have is a voice»: «Tutto ciò che ho è una voce / Per disfare la menzogna ripiegata, / La menzogna romantica nel cervello / Del sensuale uomo della strada / E la menzogna dell’Autorità / I cui edifici brancolano nel cielo: / Non esiste qualcosa come lo Stato / E nessuno esiste da solo».

Nessuno esiste da solo. Una verità universale che gli africani hanno condensato in un’unica parola: Ubuntu - dal bantu «umuntu ngumuntu ngabantu» - Io sono perché noi siamo. Davvero le parole sono sacre. Plasmano il pensiero. «Sono forze dotate di poteri occulti su di noi – come ci ricorda Hillman - sono presenze personali corredate di intere mitologie e dei loro effetti monitori, creativi».

Ubuntu è una di quelle e contiene quell’identico presupposto rivoluzionario che colse Auden nel 1939 nel suo: «We must love one another or die», «Dobbiamo amarci l’un l’altro o morire». Sì, la storia è fatta di fatti di bivi impercettibili, di svolte fragorose ma anche di scelte intime, silenziose altrettanto decisive: il momento in cui un singolo, o una società scelgono la verità invece della vendetta, il dialogo invece della demonizzazione, il riconoscimento invece dell’annientamento, l’amore invece del potere, la vita invece della morte, la salvezza dell’anima invece della ricchezza o della predazione. Questi sono i momenti in cui Ubuntu smette di essere una parola esotica e diventa l’architrave invisibile su cui si può costruire un futuro diverso, guardare l’abisso della divisione e della distruzione e scegliere la coesione. Auden, che nel suo bar di Manhattan, vedeva le «clever hopes» del decennio morire una dopo l’altra, sentiva «the unmentionable odour of death» ammorbare l’aria, compendia tutto il suo piccolo cuore in un No one exists alone: un Ubuntu pronunciato in inglese. E conclude: «Senza difesa il nostro mondo giace sotto la notte attonito; eppure, accesi ovunque, ironici punti di luce lampeggiano là dove i Giusti si scambiano i loro messaggi».

Ubuntu è uno di quei messaggi dei giusti, quei lampi che le anime interconnesse si lanciano nelle notti buie del Tempo per ricordarci ciò che, nei momenti di paura e rabbia, tendiamo a dimenticare: che non esistiamo da soli, la nostra umanità è un dono reciproco, e dobbiamo amarci l’un l’altro per evitare quella morte ancora più terribile di quella fisica, che arriva quando dimentichiamo di essere fratelli e di appartenere a qualcosa di più grande.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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