Settimana corta: sfida didattica che richiede un approccio lungimirante

Periodicamente, nel dibattito scolastico, trova spazio il problema della settimana corta (lezioni dal lunedì al venerdì). Nel primo ciclo di istruzione (scuola primaria e secondaria di primo grado) tali esperienze sono diffuse in Italia, specie nel Centro-Nord, mentre appaiono meno presenti nelle scuole secondarie di secondo grado, per ragioni legate essenzialmente al maggior numero di ore di lezioni da distribuire su cinque giorni.
C’è da sottolineare che molto spesso le ragioni portate a sostegno della settimana corta appaiono legate a motivi di ordine organizzativo e di risparmi di vario tipo, più che a criteri di carattere educativo. Anzi, per alcuni versi, l’adozione della settimana corta rappresenta una maggiore sfida educativa per le scuole in quanto devono trovare soluzioni adeguate per non abbassare il livello di qualità della loro didattica.
Facciamo l’esempio di una scuola secondaria di primo grado che funzioni per 30 ore settimanali dal lunedì al sabato e che voglia adottare la settimana corta dal lunedì al venerdì, senza rientri pomeridiani per la mensa. In questo caso la sesta ora di lezione (dalle 13 alle 14 circa) potrebbe risultare particolarmente affaticante per gli studenti se non vengono calibrate in modo opportuno le materie della mattinata, in modo particolare per quegli alunni che presentano difficoltà di apprendimento con conseguenti fenomeni di calo di concentrazione.
Questo aspetto potrebbe essere ancora più problematico nella scuola primaria, data la minore età degli alunni, e negli istituti superiori dove spesso le ore settimanali sono superiori alle 30. È pur vero che due giorni consecutivi di pausa (sabato-domenica) consentono un maggior recupero psicofisico da parte degli studenti e la possibilità di trascorrere più tempo con i genitori, se a loro volta fruiscono della settimana corta. Occorre però verificare se nel corso della settimana i compiti assegnati per casa tengono conto dell’articolazione diversa dell’orario delle lezioni, altrimenti si crea il paradosso di studenti che rimangono più ore a scuola e poi devono svolgere a casa più compiti in tempi più ristretti. Insomma, la settimana corta - se non programmata bene - rischia di creare una sorta di corto circuito cognitivo con ripercussioni negative sull’apprendimento. E non è un caso, infatti, che nelle esperienze più attente si cerca di garantire una maggiore continuità didattica, accorpando e riducendo il numero delle discipline giornaliere, e nello stesso tempo alternando materie a più alto impegno cognitivo con altre più caratterizzate in senso laboratoriale ed operativo, oltre che introducendo delle pause tra una disciplina e l’altra.
Questa sembra essere la formula seguita da quei sistemi scolastici europei che da tempo adottano la settimana corta e che raggiungono risultati significativi nelle indagini internazionali, come la Finlandia, l’Islanda, la Germania, la Francia, il Regno Unito, per citarne alcuni, accomunati da un’organizzazione oraria delle lezioni che cerca di curare il benessere psicofisico degli studenti. La variabile tempo assume in tal modo una valenza squisitamente formativa, come già negli anni ’70 aveva teorizzato lo psicologo statunitense Benjamin Bloom proponendo la strategia del mastery learning (apprendimento per la padronanza).
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