Settembre, andiamo, è tempo di insegnare!

La scuola inclusiva non forma e basta, ma educa allo stesso tempo: finalmente è più cooperativa che competitiva
Scuola inclusiva - Foto/Pexels
Scuola inclusiva - Foto/Pexels
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Back To School dicono gli inglesi per intendere il ritorno in classe. Ma sarebbe più utile pensare alla ripresa della scuola con la partecipazione di tutti, una scuola finalmente più cooperativa che competitiva.

Dovrebbe essere, insomma, la revisione radicale della scuola «manichea» di una volta, dove si separavano i buoni dai cattivi, per puntare al NOI e promuovere l’apprendimento cooperativo. Un progetto non da poco di cui aveva già dato testimonianza quel don Milani trasgressivo e provocatorio che con la Scuola di Barbiana ha mostrato quanto possa essere funzionale allo sviluppo e all’apprendimento la dinamica di una classe dove i ragazzi imparano gli uni dagli altri e non solo dall’insegnante.

Ma è anche il progetto della scuola inclusiva che fa crescere, forma e educa dando a ciascuno quello che gli serve. Non azzoppa chi ha gambe buone per correre, ma fa camminare chi ha difficoltà e poi sa aspettare chi ha un passo rallentato. Una scuola dallo sguardo ampio, che non teme le differenze ma le sa valorizzare. Sostiene i diversamente abili occupandosi dei loro bisogni specifici (o speciali) e al contempo tiene conto delle loro risorse. Una scuola difficile da fare, ma dove l’impegno formativo-educativo è alto, altissimo e richiede molte energie agli insegnanti.

Ma è una scuola possibile. Così sbalordisce non poco scoprire che c’è ancora chi pensa alle classi «speciali» come risoluzione delle difficoltà di apprendimento linguistico, e le immagina composte di soli migranti. Anacronistico! Perché si ignorano gli studi che hanno caso mai evidenziato non tanto valenze positive alle classi «differenziali» quanto effetti negativi a livello cognitivo e sociale.

Li ricordo bene anch’io questi aspetti, perché nei miei primi anni di lavoro a scuola ho insegnato in una classe differenziale dove gli allievi sostenevano di non poter fare le cose che fanno gli altri perché, dicevano: «Noi siamo gli scemi!». Quanta tristezza ho in mente e quali frustrazioni mi hanno accompagnato come novello insegnante dopo tanti studi di psicologia e di pedagogia. Per fortuna ho visto anche abolire quelle classi devastanti.

Ma è stato possibile solo quando si è cominciato a parlare di didattica inclusiva e soprattutto grazie ad un grande studioso come Andrea Canevaro che ricordo con affetto, il quale ha dedicato l’intera esistenza a questo tema (A. Canevaro e D. Ianes, «Un’altra didattica è possibile», Ed. Erickson). Grazie a lui e ad altri ricercatori impegnati nella didattica speciale si è capito che l’insegnamento che serve è quello che «lascia segni», (come dice l’etimo) e promuove cooperazione e non competizione.

La scuola inclusiva così, è scuola che guarda lontano e non solo fino alla prima fila di banchi. È generativa perché capace di accendere relazioni significative tra gli allievi. Educa, non solo forma, e i docenti sanno che non è possibile insegnare senza educare, perché non «mette dentro» nulla ma, come dice il latino «educere» è lo sforzo di «tirare fuori», molto simile alla maieutica di Socrate che era ed è ancora l’arte di far emergere da dentro la conoscenza e stimolare il pensiero personale negli allievi e la loro riflessione.

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