Religione, scuola e cultura: il senso della continuità

L’11 dicembre è stata pubblicata dalla Conferenza Episcopale Italiana (Cei), una nota pastorale intitolata: «L’insegnamento della religione cattolica (Irc); laboratorio di cultura e di dialogo». È stata approvata all’ottantunesima Assemblea Generale della Cei, svoltasi ad Assisi dal 17 al 20 novembre. La bozza della nota era stata sottoposta in precedenza ad un’ampia consultazione da parte dei direttori diocesani dell’Irc di tutt’Italia.
Si tratta di un documento di una certa rilevanza per due ragioni, l’una storica e l’altra culturale. Dal punto di vista storico, questa nota esce a distanza di trentaquattro anni da quella precedentemente pubblicata sullo stesso argomento, nel 1991. Si tratta, quindi, di un periodo di tempo sufficientemente disteso per proporre un bilancio dell’Irc nella forma che ha assunto dopo la revisione dei Patti Lateranensi del 1985.
Il contesto
In ottica culturale, invece, la presente nota è stata approvata in un momento in cui nella Chiesa italiana alcuni vescovi suggerivano di riconsiderare radicalmente la natura e l’organizzazione dell’Irc, trasformandolo in una materia obbligatoria di cultura religiosa. Di fatto, la Cei ha scelto la via della continuità e della conferma dell’insegnamento esistente, considerando che esso «non è causa di discriminazione e non contrasta – essendone anzi una manifestazione – col principio supremo di laicità dello Stato».
Ad una prima lettura complessiva, si coglie pertanto come la recente nota faccia continui riferimenti a quella del 1991, ribadendo orientamenti e attenzioni pastorali connessi all’Irc già là individuati. Di conseguenza, coloro che volessero cercare in questo documento novità sostanziali sull’Irc nella scuola italiana rimarrebbero abbastanza delusi.
Piuttosto, a distanza di molti anni dal precedente, viene confermata dai vescovi la validità della presenza di un insegnamento scolastico del cattolicesimo che rispetta la libertà di coscienza di tutti, attuato da insegnanti qualificati per titoli di studio ed esperienza didattica, capace di assicurare un fondamentale servizio educativo alla scuola, anche in un’ottica di dialogo aperto e rispettoso con persone di altre religioni.
Non solo religione
Di una certa importanza è anche il fatto che la nota chiarisce alcune questioni di metodo e di contenuto connesse a questo curricolare, seppur atipico, insegnamento scolastico. In particolare, dopo aver riconfermato che l’Irc non è equiparabile ad una forma di catechesi fatta nelle aule scolastiche, i vescovi individuano nell’interdisciplinarità uno dei tratti caratteristici dell’Irc. Nelle ore di religione cattolica «si tratta di far "fermentare" insieme la forma del pensiero teologico con quella degli altri saperi: la filosofia, la letteratura, le arti, la matematica, la fisica, la storia, le scienze giuridiche, politiche ed economiche».
Nell’orizzonte di questa contaminazione dei saperi, resta comunque di fondamentale importanza lo studio e l’approfondimento della Bibbia. Infatti, Se essa «è effettivamente il grande codice dell’Occidente (e non solo), non si può immaginare la formazione di una persona senza il possesso dei riferimenti biblici che consentano di decifrare l’ambiente stesso in cui viviamo».
In definitiva, emerge la decisa riproposizione di un Irc culturale, ancorato ai contenuti della tradizione teologica propria del cattolicesimo, pienamente inserito nelle finalità della scuola, a servizio della formazione integrale degli studenti, promotore di una laicità costituzionale, aperto al dialogo e al confronto con altre tradizioni culturali e religiose. Una scelta pastorale che, è probabile, scontenterà chi si attendeva maggiori novità e, di sicuro, infastidirà chi anela alla scomparsa dell’Irc, ma che, se non altro, mostra la paradossale stabilità dell’unico insegnamento scolastico di cui si potrebbe, in teoria, fare a meno, ma che continua di fatto da quarant’anni ad essere scelto dai due terzi degli studenti e delle famiglie d’Italia.
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