Opinioni

Pubblico e privato costruiscano rapporti sani contro la violenza

L’esplosione di femminicidi di ragazze di giovanissima età mette di fronte a un problema di cultura diffusa, che va affrontato con una cultura politica che torna a farsi carico della formazione dei giovani
Un ricordo di Martina Carbonaro - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Un ricordo di Martina Carbonaro - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
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La violenza delle relazioni pubbliche si riverbera sulla drammatica crescita della violenza nei rapporti privati. Da qui il giudizio, che si diffonde faticosamente, di una matrice politica, e non di meri fatti di cronaca nera, dell’esplosione di femminicidi di ragazze di giovanissima età attuati da coetanei. Loro non accettano di essere lasciati da compagne che non vogliono essere considerate cose di loro proprietà, controllate in ogni sorta di comportamento, dall’uso del telefonino all’abbigliamento, dai rapporti amicali ai ragionamenti di vita, fino all’esercizio repressivo dell’uso della forza fisica.

Un problema di cultura diffusa, che va affrontato con una cultura politica che torna a farsi carico della formazione dei giovani, compresa l’affettività e la sessualità. Sembrerebbe una bestemmia dire che la politica si arroga il diritto all’educazione, eppure anche ricerche aggiornate paleserebbero che la sua assenza crea vuoti paurosi, affidati a un libero arbitrio che, al dunque, tale non è. Si dimostra solo come puro affidamento ad una mancanza di consapevolezza della responsabilità personale, che presiede ad ogni azione.

Pare che troppe famiglie non riescano, in proprio, a fornire tali elementi di educazione. Per cui residua il peggio di un ormai inesistente patriarcato, che si rivolge sì alle persone di una certa età, ma coinvolge in maniera preoccupante le giovani generazioni. La rivoluzione femminile è stata probabilmente il più profondo cambiamento intervenuto negli ultimi decenni nella società civile.

Le donne hanno rivendicato il diritto alla libertà delle loro scelte. Questo richiedeva, compiuta la rottura, un cammino comune con i maschi per la riscrittura di un patto sociale condiviso. Un itinerario che, anche quando avviato, è risultato interrotto nell’attuarsi delle regole. I genitori, figli diretti della rivoluzione degli usi e costumi, hanno trovato difficoltà di linguaggio nel prospettare il cambiamento alle generazioni da loro stessi chiamate alla vita. Serviva un più di cultura umana, che non sempre avevano nel loro bagaglio.

Si sono quindi affidati ai meccanismi esterni, a partire dalla scuola, che a loro volta non si sentivano strutturati a compiere il salto e non mandatari a ciò da numerose famiglie. Ha finito per prevalere l’ineducazione, soprattutto in quei ceti che non disponevano comunque di un buon retroterra culturale che funzionasse come rete di protezione.

Si è toccato il fondo? Difficile a dirsi. Resta il dato di fatto che si fa strada la consapevolezza che la passività genera un peggioramento della situazione attuale, già fortemente compromessa. Se non si educa progredisce l’ineducazione, con il suo carico di guasti generazionali. Non si tratta di vergare regole astratte che vengono disattese già nel loro farsi, ma neppure affidarsi alla speranza vana che io da solo me la cavo. Non può essere così perché non possiamo vivere in una bolla d’aria separata dal contesto complessivo. Va realizzato un rapporto costruttivo tra privato e pubblico che rimpiazzi quello della violenza.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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