Pensare fuori dalla cornice per essere davvero felice

«Fa quello che te fa’ felice, perché tu sei er quadro no a Cornice!». Questa famosa frase motivazional-ruspante della Sora Lella, all’anagrafe Elena Fabrizi, ristoratrice e attrice romana d’altri tempi, mi ronza sempre in testa (e mi fa sorridere) ogni volta che incappo nelle cosiddette «Cornici interpretative della realtà», individuate dal grande Gregory Bateson. Di cosa si tratta? Di quegli automatismi dentro al cui perimetro, inconsapevolmente, nuotiamo come organismi primordiali immersi nei fondali della realtà.
Sono anche dette premesse implicite, spesso limitanti la nostra comprensione del mondo, dell’altro e di noi stessi. Come si individuano? Per Bateson con il gioco e l’umorismo. Un famoso esempio, quello del gioco dei «nove punti». Dovete disegnare, su un foglio, 9 puntini disposti in 3 file da 3, che vanno collegati senza mai staccare la penna, senza ripassare sulle linee già tracciate e con un massimo di 4 linee. Chi troverà la soluzione? Solo chi saprà uscire dalla premessa implicita che si debba restare negli inesistenti confini del quadrato.
Come si corregge questa tendenza a muoversi dentro cornici? Secondo Bateson con l’errore. L’errore interpretativo ci destruttura ed il disagio che ne consegue porta alla luce tutti i meccanismi trasversali che condizionano la nostra mente. Efficacissima palestra per allenarsi con l’errore? L’umorismo che, come ci ricorda Marianella Sclavi, consente la miglior attivazione del pensiero trasversale.
Famosa (amata anche da Freud) la storiella dell’operaio della centrale atomica che, a fine turno, se ne va con una carriola piena di segatura. Al guardiano, che lo ferma, spiega che verrebbe buttata via e a lui serve per concimare l’orto. Il guardiano la controlla con il metal-detector e lo lascia passare. Dopo due, tre, dieci sere il guardiano esasperato sbotta: «Basta adesso! Segatura o no ti denuncio alla Direzione!», l’operaio allora, allarmato, lo supplica: «Ti prego non mi denunciare! Facciamo a metà del bottino! Ti do sei carriole!». La vostra mente lineare ha avuto «sotto il naso» per tutto il tempo le carriole, ma si è concentrata sulla segatura per l’orto.
Altro test emblematico è il Cumulex di McHoul (molto usato nelle scuole). Si propone la parafrasi di una poesia di 7 versi. Alla trascrizione del primo verso ed alla parafrasi andrà poi unito il secondo e commentati entrambi, a questi si aggiungerà il terzo, ai primi tre si aggiungerà il quarto e così via, cumulando tutti i versi fino all’ultimo che rende l’opera intera. Dopo aver letto le parafrasi fatte dai lettori fino alla fine, solo allora si rivelerà che quella poesia in realtà non esiste, ma è il prodotto di 7 incipit di 7 poesie diverse scelte a caso.
Eppure, è così che funzioniamo, soprattutto quando, fingendo di ascoltare gli altri, in realtà ci sforziamo di dare un nostro significato alle parole ed una interpretazione personale dei fatti, il cosiddetto pregiudizio di conferma. La parola dell’altro diventa la somma delle nostre congetture personali che ci sforziamo di creare a mano a mano senza attendere la completezza. Pensiamo alla «segatura» senza considerare la carriola e poi chiudiamo in un lapidario: «È inutile parlare con te, tanto non ci si capisce».
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