Il Patto di stabilità europeo derogato per la difesa

Avvalendosi della clausola di esenzione, ben 16 Paesi membri hanno avanzato alla Commissionela richiesta di aumentare la spesa fino all’1,5% del Pil, ogni anno e per quattro anni, senza correre rischi
Una fabbrica di veicoli militari - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Una fabbrica di veicoli militari - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
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Il Patto di stabilità non è mai troppo piaciuto alla maggioranza dei soci dell’Ue. Visto come una camicia di forza lesiva della libertà dei governi sull’uso dei fondi pubblici in termini di quantum, pur rimanendo liberi di determinarne la assignatio a questo o quello scopo. In sostanza, agli Stati membri è lasciato di scegliere in modo autonomo su quali spese concentrarsi.

Le proposte di clausola aurea, per scorporare gli investimenti pubblici dal calcolo del disavanzo, e la cosa avrebbe potuto incidere sulla assignatio, non si sono mai concretate. Il messaggio è: non puoi spendere in deficit più di un tanto del tuo Pil, e se lo fai poi ti tocca rientrare secondo un percorso concordato assieme. Questa l’essenza del nuovo Patto, scaturito dopo la generale sospensione di quello vigente, nel marzo del 2020, in un’Europa piegata dalla pandemia. Ma l’imprevisto era dietro l’angolo.

La guerra portata dalla Russia in Ucraina ha cambiato le priorità o, meglio, ha creato una nuova priorità di carattere europeo. Per di più in un settore, quello della difesa, ritenuto di competenza nazionale.

Su questa nuova e scomoda priorità pesa poi l’insistenza di Trump per un loro corale e consistente aumento, da parte dei membri dell’Ue, in termini di incidenza sul Pil, paventando il disimpegno Usa dalla Nato. Agli inizi del marzo di quest’anno il Consiglio europeo si è, così, impegnato a rafforzare le capacità di difesa dell’Ue. Ciò sulla base del ReArm Europe Plan/Readiness 2030 package, per complessivi 800 miliardi di euro. Questo insieme di misure, volte a stimolare in modo coordinato gli investimenti nell’industria della difesa, per favorire l’interoperabilità degli strumenti prodotti, ricade in buona parte sulle finanze nazionali.

È infatti previsto il ricorso all’emissione di eurobond per soli 150 miliardi, a fronte dei 650 richiesti ai Paesi membri. Come, dunque, trovarli? Per di più con il rischio di incorrere in una procedura di infrazione? Come conciliare con il Patto la richiesta di maggiori spese militari? Come modificare una assignatio tanto consolidata?

Difficile far scaturire queste risorse dai bilanci nazionali. Le prospettive dell’economia mondiale, con l’incertezza creata dall’erratica politica commerciale di Trump, sono piuttosto oscure, con riflessi negativi sull’occupazione e sulla crescita dei redditi personali, quindi sugli equilibri dei pubblici bilanci. Inoltre, le opinioni pubbliche europee, pur con qualche cambiamento, stentano molto a digerire l’idea di una espansione delle spese militari. Vi è un problema di consenso elettorale da salvaguardare.

Tuttavia, è proprio il tanto famigerato Patto a provvedere la soluzione, o almeno a indicarne una possibile. In effetti, il quadro della governance europea accorda flessibilità quando circostanze eccezionali, fuori dal controllo di uno Stato membro, abbiano un impatto significativo sulle sue finanze pubbliche. La Commissione europea ha riconosciuto come l’aggressione della Russia all’Ucraina, minacciando la sicurezza europea, rientri in tale fattispecie.

Così, avvalendosi della clausola di esenzione, ben sedici Paesi membri hanno di recente avanzato alla Commissione europea la richiesta di aumentare la spesa per la difesa fino all’1,5 per cento del loro Pil, ogni anno e per quattro anni, senza correre il rischio di incorrere nei rigori del Patto, anzi facendosene scudo. L’attivazione della clausola dà, infatti la possibilità di discostarsi dai percorsi di spesa approvati.

Il Patto di stabilità fu introdotto dai tedeschi sul nascere dell’euro, temevano l’Italia e la sua tendenza alla flessibilità. Ora è la Germania a guidare il gruppo dei sedici in cerca di questa. L’Italia, almeno per ora, non ne fa parte. Siamo proprio di fronte a un mondo sottosopra.

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