Papa Francesco, un abbraccio al mondo fino all’ultimo respiro

Francesco Bonini, rettore Lumsa
È morto sul campo, proteso in un ultimo abbraccio: a Regina Coeli, in Piazza San Pietro, con gli ultimi come con i potenti, indistintamente
Papa Francesco, sempre dalla parte degli ultimi e dei bisognosi - Foto Ansa/Fabio Frustaci © www.giornaledibrescia.it
Papa Francesco, sempre dalla parte degli ultimi e dei bisognosi - Foto Ansa/Fabio Frustaci © www.giornaledibrescia.it
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È morto sul campo, come mettendo in questa settimana tutte le sue energie, proteso in un ultimo abbraccio, a Regina Coeli, in Piazza San Pietro, con gli ultimi come con i potenti, indistintamente. Una lezione indimenticabile, fatta di gesti, con poche parole e una benedizione, Urbi et orbi, per tutti, per tutto il mondo. Lo piangiamo ma sappiamo che sta pregando per noi.

Alla fine rimane una immagine: porte aperte. Papa Francesco non si è stancato di rilanciare questa dinamica, questo esercizio, che è diventato programma, testimonianza ed impegno quotidiano. Porte aperte per entrare e per uscire, una Chiesa accogliente per tutti e in uscita, per incontrare tutti. Il Papa di tutti e per tutti, senza barriere di appartenenze.

Dilatando gli orizzonti, come nelle encicliche sociali aperte sui nuovi grandi temi globali, come nel dialogo ecumenico e interreligioso, in particolare con l’Islam. Alla ricerca di interlocutori, con pazienza, con determinazione: una seminagione destinata a produrre frutti solo nel tempo. Anche costruire la pace nel tempo di quella che ha chiamato «la terza guerra mondiale a pezzi».

Il programma porte aperte è un vasto e formidabile impegno. Che Papa Francesco non ha misurato con la sua età anagrafica, ma ha vissuto ispirandosi ad un’altra formula parlante: aprire, avviare processi. Piuttosto che occupare spazi.

Lo aveva scritto nel suo primo e programmatico documento, l’esortazione apostolica Evangelii Gaudium: il tempo è superiore allo spazio, l’unità è superiore al conflitto, la realtà è superiore all’idea. Indicazioni che resteranno. E che richiamano lo sviluppo della soggettività della Chiesa intesa prima di tutto come popolo di Dio, nella linea appunto conciliare.

Papa Francesco allo stadio Olimpico di Roma - Foto Ansa/Fabio Frustaci © www.giornaledibrescia.it
Papa Francesco allo stadio Olimpico di Roma - Foto Ansa/Fabio Frustaci © www.giornaledibrescia.it

Questo movimento – e il pungolo che il Papa ha dispensato assiduamente per tanti è continuo e spiazzante – non è solo un appello all’azione, in particolare verso i poveri, le periferie, gli emarginati, i migranti. Ha una vivace radice spirituale, richiama ad una dinamica di conversione (intesa come incontro con la Misericordia, cui ha dedicato un giubileo straordinario) prima di tutto degli stessi vertici ecclesiastici o dei militanti cattolici, che dell’azione è il presupposto.

La responsabilità che si era assunto e gli era stata affidata al momento dell’elezione era di smuovere la situazione che si era venuta a creare e di fronte alla quale il suo predecessore, Benedetto XVI aveva constatato di non avere le forze, rinunciando al papato. Francesco ha aperto processi di cambiamento in molteplici direzioni, con la consapevolezza che non li avrebbe portati a compimento e affidandoli di fatto alla Provvidenza e alla stessa comunità ecclesiale, che ha voluto in Sinodo, in cammino. Processi aperti con metodo empirico, decidendo e tornando sulle decisioni, aggiustando in sequenza, anche in modo brusco. Non è mancato un dibattito intraecclesiale talora anche duramente contrappositivo, su cui brilla questo carisma universale di dialogo.

Perché in fondo quel che contava per il Papa era l’impegno pastorale diretto, la comunicazione diretta con tutti e la vita di fede, anche proprio nelle forme tradizionali, prima di tutto la pietà mariana, fino alla scelta del luogo della sepoltura, vicino alla venerata icona della Madonna Salus populi romani. Così si è applicato alla Curia romana, secondo il mandato elettorale.

L’ha riformata, de-romanizzata e de-italianizzata, introducendo alcune innovazioni spettacolari, da ultimo una suora alla guida del Governatorato, in un quadro che resta molto complesso, nonostante non pochi consulenti estranei alla tradizione romana ed italiana. Anche il collegio cardinalizio ha mutato pelle, moltiplicando le nomine «dalle periferie» e proprio la molteplicità delle provenienze e la scarsa dimestichezza tra gli elettori sono una delle incognite dell’imminente conclave. Ha rifiutato l’appartamento con l’iniziale maiuscola, utilizzato solo per l’Angelus, proprio per evitare l’isolamento. Tra i processi non mancano quelli in senso proprio, con il primo procedimento penale nei confronti di un cardinale, ora giunto sulle soglie dell’appello dopo una dura condanna in primo grado.

Di qui l’apparente ambivalenza che poi è stata la forza del Pontificato: massima apertura e cambiamento nelle forme di espressione, di gestione, di relazione (esemplare il modo di trattare il tema dell’omosessualità, antipodico alla cultura woke), e chiara salvaguardia della sostanza. Ovvero la linea del Concilio Vaticano II: né più né meno, senza curarsi della superficie, del chiacchiericcio, che tante volte ha stigmatizzato e preso in giro.

Vuole una Chiesa ospedale da campo, che parla con tutti e tiene a tutti: «Il modello non è la sfera, che non è superiore alle parti, dove ogni punto è equidistante dal centro e non vi sono differenze tra un punto e l’altro. Il modello è il poliedro, che riflette la confluenza di tutte le parzialità che in esso mantengono la loro originalità».

I temi dei suoi due giubilei, la misericordia e il pellegrinaggio della speranza intendono così sinteticamente esprimere come attrezzare la Chiesa - in concreto proprio il popolo di Dio - a vivere quello che con un’altra delle sue espressioni parlanti ha chiamato «il cambiamento d’epoca»: questo tempo, il nostro tempo, il tempo in cui ci ha accompagnato, pungolando tutti e tutte a cambiare sé stessi e le (tante) cose che non vanno.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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