Opinioni

Paolo e Agnese Borsellino: l’amore normale di una coppia straordinaria

Paolo e Agnese Borsellino vissero un amore intenso e quotidiano, fatto di parole, coraggio e resistenza, contro l'indifferenza.
Bianca Brotto

Bianca Brotto

Commentatrice

La famiglia Borsellino - foto Wikipedia
La famiglia Borsellino - foto Wikipedia

«Le mogli dei colleghi di Paolo si pavoneggiavano: l’altro giorno mio marito mi ha regalato rose bellissime. Oppure: mio marito mi ha regalato una collana splendida. Guardate! Io, invece, non potevo esibire niente e neanche aspettarmi un gesto galante da Paolo. Almeno non nel senso inteso generalmente. Alle feste guardavamo gli altri ballare. Lui rideva come un matto, io protestavo – racconta Agnese –. Allora mi faceva finire di parlare poi mi chiedeva: Agnese, ma tu perché stai con me? Io non ti do niente di tutto questo. Non sono il tipo di marito che torna a casa sempre allo stesso orario, si mette le pantofole, si siede davanti al telegiornale e poi nel pomeriggio porta la moglie in giro per una passeggiata. Faceva una pausa e mi diceva ancora: lo sai perché stai con me? Perché io ti racconto la lieta novella. La prima volta che me lo disse rimasi spiazzata. Mi misi a piangere. Erano lacrime di felicità».

Paolo sussurrava ad Agnese che la lieta novella avrebbe tenuto vivo il loro amore, «perché l’amore ha bisogno di mantenersi fresco con una novità ogni giorno che non è il fiore o un regalo qualsiasi. Perché tutto passa. Io ogni giorno mi devo rinnamorare di te. E tu di me. Inventandoci qualcosa di diverso».

Nonostante le difficoltà che Agnese e Paolo Borsellino dovettero affrontare per la scelta che lui aveva fatto, «la lieta novella che mi raccontava ogni giorno era già tutto per me. E anche le giornate pesanti diventavano allegre con le sue parole» racconta Agnese che, mentre combatteva contro una grave malattia, decise undici anni fa di raccontare la sua quotidianità con il magistrato vittima di Cosa Nostra nel libro carico di dolore, indignazione e speranza «Ti racconterò tutte le storie che potrò», per lasciar traccia di un’esistenza segnata dall’amore perché Paolo, oltre ad essere un eroe civile, era anche un uomo normale innamorato di sua moglie, giocoso con i figli, timido ma provocatorio, simpatico e generoso. Indimenticabile.

Bellissima l’immagine del mattino a casa Borsellino con Paolo che raccontava allegro le solite barzellette e che, mentre sorgeva il sole, sorrideva accarezzando i nuovi germogli delle piante sul balcone dicendo: «Sono un uomo fortunato perché alla mia età riesco ancora a emozionarmi». Poi discorreva serio con i figli sulla scuola e, quando suonava il campanello, metteva la moka sul fornello e preparava il caffè per gli uomini della scorta che considerava parte della famiglia. Infine, baciati moglie e figli, usciva svelto per arrivare in ufficio puntuale alle 8. «Convinciamoci che siamo cadaveri che camminano» disse un giorno ad un poliziotto. Paolo sapeva che l’avrebbero fatto fuori, ma riteneva che la lotta alla mafia dovesse diventare un movimento culturale «che abitui tutti a sentire la bellezza del fresco profumo della libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza e quindi della complicità».

«Chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola» diceva spesso per esortarci a non essere morti che camminano, ma persone vive che si spendono contro i fetori dell’esistenza. È questo il lascito morale di Paolo che, senza componessi, sceglieva la vita. Ogni minuto.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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