Opinioni

Olimpiadi, social e polemiche, con buona pace di De Coubertin

Polemiche, polemiche e ancora polemiche. Dov’è finita quell’aura sacrale che da 118 anni contraddistingue i Giochi olimpici dell’era moderna?
Antonio Borrelli

Antonio Borrelli

Giornalista

La Senna, in cui si sono svolte le gare di triathlon - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
La Senna, in cui si sono svolte le gare di triathlon - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Sarà l’estate, saranno le bolle social, sarà la cassa mass-mediatica che ogni quattro anni pare aumentare i decibel sempre più. Sarà in fondo il segno dei tempi. Tanto show, poca emozione – dicotomia sempre più comune al nostro mondo ma finora mai associabile ai Giochi olimpici.

E invece c’è cascata anche questa trentatreesima edizione. In ordine: la cerimonia di inaugurazione («dissacrata l’ultima cena», «no, era l’omaggio a una festa pagana»), la Senna-fogna, la pugile («troppo poco donna»), il villaggio olimpico (sostenibile ma invivibile), gli errori arbitrali («i francesi odiano gli italiani»).

Polemiche, polemiche e ancora polemiche. Sui social, ai microfoni, in televisione, anche sulle piste, nelle vasche, sui campi. Cos’è successo a Parigi? Dov’è finita quell’aura sacrale che da 118 anni contraddistingue i Giochi olimpici dell’era moderna, eredità spirituale delle 292 celebrazioni atletiche e religiose che si sono svolte tra il 776 a.C. e il 393 d.C. ad Olimpia?

Il record del mondo di Abele Bikila scalzo a Roma 1960, la nascita del «Fosbury Flo» (il salto in alto dorsale che oggi conosciamo) a Città del Messico 1968, la «guerra fredda» nello sport col Dream Team (l’unico e il solo) a Barcellona 1992. Fatti, non solo immagini, che superano lo spazio e il tempo.

Richard Douglas «Dick» Fosbury, a cui si deve il nome del salto - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Richard Douglas «Dick» Fosbury, a cui si deve il nome del salto - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

C’era sempre una cappa, sopra le Olimpiadi. Uno scudo protettivo, spirituale e culturale, che rigenerava le tante ferite inferte dal mondo fuori. E i problemi non sono certo mancati in questi quasi 120 anni. Anzi, il cammino è stato sempre accompagnato dalle vicende politiche internazionali.

Non solo lo stop alle edizioni del 1916, 1940 e 1944 a causa delle due guerre mondiali, ma anche i boicottaggi e le tensioni geopolitiche.

La prima volta fu a Tokyo 1964: Corea del Nord e Indonesia si astennero dal partecipare, dopo che alcuni dei loro atleti erano stati dichiarati non abilitati a competere dal Cio (il Comitato olimpico internazionale), perché l’anno precedente avevano preso parte ai «Games of the new emerging forces» dai quali erano stati esclusi Israele e Taiwan. Venne escluso anche il Sudafrica a causa della politica di apartheid praticata dal suo governo. A Città del Messico 1968 gli studenti protestarono per le spese del governo per organizzare i Giochi: negli scontri con la polizia morirono oltre 400 persone, in migliaia rimasero feriti. E poi Monaco 1972: otto terroristi arabi del gruppo «Settembre Nero» entrarono nel villaggio olimpico e uccisero undici atleti israeliani. I Giochi furono sospesi per una giornata, poi prevalse l’idea che le Olimpiadi dovessero continuare.

Tutt’altra storia rispetto ad oggi: poche ore dopo la cerimonia di inaugurazione di Parigi, Pierre de Coubertin già si rigirava nella sua tomba di Losanna. Qualcuno allora ha cominciato a chiamarlo in causa: dov’è il suo spirito, quello che sognava di promuovere lo sport, pulito e onesto, per tutti e senza distinzioni, all’insegna della pace e dell’etica? E noi a urlare dal divano, sotto l’ombrellone, contro la tv.

Parigi 2024 è invece sembrata una spugna: assorbiva le polemiche e si logorava, si svuotava. La politica - quella spicciola, di bassa lega - è entrata subdola tra un salto e un lancio, tra uno scatto e una bracciata. Come d’altronde in questi tempi bui. A pensarci, dentro questa trentatreesima edizione c’è stato il nostro mondo: la spasmodica esigenza dello choc, la dissacrazione e le sue paure, la cultura woke, l’ambientalismo, le questioni di genere. Ma senza grosse emozioni.

Così a finire eletta fiaba dell’estate è la storia di Roncadelle: novemila abitanti e tre ori olimpici. Quanto di più vicino al senso decoubertiano.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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