Non esiste un Natale uguale per tutti

Il Natale è per valorosi. In una delle mie mediazioni familiari più emozionanti, protagonista una coppia separata da tanti anni, che non comunicava se non attraverso i figli e con molti problemi da risolvere, quello che fece mutare completamente la prospettiva fu l’improvviso riaffiorare, nella mente del padre, del ricordo del suo primo Natale da separato.
Narrò, con lacrime contagiose, di quel momento di solitudine, forse cercata, mentre, accasciato su un freddo pavimento pensava, con dolore lancinante, la sua famiglia fratturata e scomposta festeggiare senza di lui e nonostante lui. I Natali passati lo travolgevano come un promemoria di gioie perdute. Certamente avrebbe potuto trovare soluzioni, farsi aiutare, coinvolgere figli e amici e nessuno festeggiava la sua temporanea assenza ma il punto era che lui l’aveva vissuto e memorizzato in quel modo e con quel dolore aveva annaffiato gli anni a venire, distruggendo ogni relazione.
Poterne parlare nella stanza, con la ex moglie che forse lo «vedeva» per la prima volta e a sua volta si raccontava, ha permesso di riannodare la comunicazione e la comprensione reciproca spingendoli ad organizzare, infine, un bellissimo Natale tutti insieme: famiglie allargate e nuovi partner compresi.
Un messaggio di speranza per tutti i padri e le madri separati che si trovano a navigare a vista dentro a queste festività natalizie, sperando finiscano presto. Divisi fra la voglia di accontentare i figli e quella di fuggire lontano. Per quelli che le passeranno litigando ferocemente, come sempre, per quelli che si rassicurano con un «va tutto bene» che non inganna nessuno (men che meno i loro piccoli) salvo poi impregnare di lacrime, cuscini e fazzoletti, nel buio della notte.
E poi loro, i bambini, lasciati soli con la paura per qualcosa che non viene mai correttamente spiegato e di cui, quindi, quasi sempre, finiscono per sentirsi responsabili e pregano Babbo Natale affinché ripari i cuori infranti dei loro genitori.
Tutto questo perché? Perché come ci suggerisce Clarissa Pinkola Estés (nel suo famoso libro «Donne che corrono coi lupi»): «Ci si ostina a pensare all’amore soltanto come ad una festa. Invece l’amore nella sua forma più piena è un susseguirsi di morti e rinascite. Muore la passione e rinasce. Il dolore viene scacciato e rispunta da un’altra parte. Amare significa abbracciare e nel contempo sopportare molte molte fini, e molti molti inizi. Il processo è reso complesso dal fatto che la nostra cultura supercivilizzata ha difficoltà a tollerare il trasformativo. Energia, sentimento, intimità, solitudine, desiderio, noia, tutto sorge e tramonta in cicli relativamente ravvicinati. Il desiderio della vicinanza e delle separazioni cresce e cala.
La natura non soltanto ci insegna a danzare, ma anche che la soluzione del mai-essere è sempre nel contrario, e quindi un’azione nuova è la cura per la noia, la vicinanza è la cura per la solitudine, la solitudine è la cura per la sensazione di essere bloccati». Cominciamo da noi, quindi, cercando di considerare le azioni dell’altro come la principale causa delle nostre emozioni: le nostre emozioni non sono causate dall’altro, ma solo da noi stessi e dai nostri bisogni insoddisfatti. Nessuno ci deve nulla e soprattutto, come diceva Alphonse de Lamartin: «Tout casse, tout passe, tout lasse, il n’est rien, et tout se remplace». «Tutto si rompe, tutto passa, tutto si lascia. Non è niente, e tutto si trasforma», anche il Natale.
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