Meloni al G7 tra l’ambiguità Usa e la linea italiana

Non è prevista una dichiarazione finale congiunta del G7 che si apre oggi a Kananaskis, nell’Alberta canadese. Sarà il premier e presidente di turno Mark Carney a riassumere la posizione dei sette più ricchi Paesi del mondo.
Il punto è proprio questo: dominato dalla guerra tra Israele e Iran persino più di quella in Ucraina e dei dazi, ossia gli altri temi in agenda, il summit farà una gran fatica a trovare, se la troverà, una posizione comune sulla polveriera che si è incendiata tra Tel Aviv e Teheran. Se non altro perché il leader effettivo del vertice, ovvero il presidente americano, ha espresso posizioni contraddittorie tra loro o difficilmente credibili in questo momento.
Posizioni come quella secondo cui «Israele e Iran raggiungeranno un accordo tra loro», o l’altra che affida a Putin un improbabile ruolo di mediatore, e anche le tergiversazioni sul ruolo degli Usa nella guerra: «Non siamo coinvolti ma potremmo esserlo». Una girandola di dichiarazioni e tweet cui Donald Trump ci ha abituato che di sicuro non aiuteranno il G7 a trovare una linea comune. Questo tra l’altro rischia di mettere in una situazione di un certo imbarazzo gli alleati più fedeli degli Usa, e tra questi c’è sicuramente l’Italia con il suo governo guidato da Giorgia Meloni.
Venerdì il ministro degli Esteri Tajani di fronte alle Commissioni di Camera e Senato ha esposto la linea del nostro Paese. Noi sosteniamo che l’Iran non può avere la bomba atomica, che la ragione dell’attacco di Israele è spiegata, e quindi sostanzialmente condivisa, per il fatto che in sei mesi il governo dei mullah fondamentalisti sciiti, fomentatori e sostenitori di tutti i peggiori terrorismi medio-orientali, avrebbero potuto disporre di almeno dieci ordigni nucleari. Quindi, rispetto ad una simile minaccia, dice Tajani, Israele ha il diritto di difendersi; ma questo fermo restando che l’Italia è comunque contraria all’escalation del conflitto medio-orientale sia sul versante di Gaza che su quello iraniano.
Una posizione che Giorgia Meloni ripeterà in Canada sia in assemblea che negli incontri bilaterali previsti, quelli con il cancelliere Merz e con il premier britannico Starmer, e si immagina che debba essere condivisa e appoggiata dall’Amministrazione statunitense, sempre al netto delle giravolte trumpiane. Di sicuro però quelle posizioni sono duramente criticate dalle opposizioni che trovano contraddittorio giustificare l’attacco preventivo israeliano verso le postazioni nucleari iraniane e nello stesso tempo esprimere la contrarietà all’escalation delle ostilità che obiettivamente rischiano di allargarsi dilagando in tutta la regione.
E tuttavia anche le opposizioni hanno le loro difficoltà perché criticare Israele non può significare per loro difendere un regime come quello degli ayatollah che opprime il suo popolo, tortura e mette a morte gli omosessuali e le donne che si ribellano all’obbligo di indossare le vesti tradizionali, e si fa odiare dalla quasi totalità dei giovani iraniani che più volte hanno provato a sollevarsi e sono stati repressi in un bagno di sangue.
Ma per tornare al G7 il rischio vero che si corre oggi è una dimostrazione palese di impotenza che già pervade l’iniziativa Onu di fronte allo scacchiere impazzito della geopolitica mondiale in cui ogni autorità sovranazionale sembra messa ai margini dai troppi fuochi che si accendono nel mondo.
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