L’estraneità all’umano rende la vita un inferno

Non conoscevo l’ospedale di Kyiv colpito daI missili russi, l’ospedale pediatrico «Okhmatdyt», nome in apparenza astruso ma che, in realtà, è molto concreto e preciso, essendo l’abbreviazione di «Cura della madre e del bambino», come mi ha spiegato una giovane mamma che, prima dello scoppio della guerra, ci aveva portato la figlia.
L’idea che in quell’ospedale, esplicitamente non un’installazione militare, ma da sempre un «luogo di cura», fossero andati non estranei, ma persone che conosco ha subito tolto quella patina di genericità e impersonalità che spesso circonda i luoghi lontani e gli eventi catastrofici, persino quelli bellici pur così vicini a noi: i bambini rimasti sotto le macerie hanno smesso di essere le «vittime della guerra», le mamme che ce li avevano portati o che vi erano assistite hanno smesso di essere delle «donne ucraine» e tutti sono diventati miei conoscenti, miei amici, miei parenti.
Di fronte a questo legame, che indipendentemente dalla conoscenza diretta dovrebbe unire ciascuno di noi a chi soffre, quanto sono suonate odiose e insopportabili, lontane da qualsiasi effettiva volontà di pace, le giustificazioni di chi ha sostenuto che la tragedia era dovuta «alla caduta di un missile della difesa aerea ucraina». Scuse odiose e già sentite altre volte, ma che sarebbe un errore liquidare come il frutto «normale» della depravazione di chi ha compiuto un gesto simile: se certe sciocchezze vengono sostenute pubblicamente da fonti che si pretendono autorevoli, e che presumono di poter essere prese sul serio, ciò significa che, tale disposizione esiste.
In effetti, questa disponibilità a dar credito alle ragioni degli assassini è l’atteggiamento che ho dovuto verificare quasi quotidianamente a proposito di Aleksej Naval’nyj, l’oppositore morto lo scorso febbraio in un lager dell’estremo nord russo: persino qualche giorno fa (in Italia, non nella Russia di Putin!) ho sentito ripetere che in fondo era una marionetta addestrata appositamente dagli americani per destabilizzare la Russia. Già solo l’idea che questa «ragione» possa servire da giustificazione o anche solo da spiegazione di quanto avvenuto è aberrante, ma che lo possano pensare e ripetere persone normali in un paese normale è quanto meno preoccupante e indice di una caduta di senso pericolosa.
E deve essere chiaro che non è questione di schieramenti, pro o contro la Russia o l’Ucraina, ma di una estraneità all’umano che rischia di trasformare la vita in un inferno dove nulla può più essere giudicato perché non c’è più nulla nel cui nome si possa distinguere il bene dal male.
Un inferno: «Se l’inferno esiste, per quelli che hanno scatenato questa guerra dovrà apparire così: un sotterraneo, un bambino che di continuo nasce e muore, e i dannati sanno con certezza che la colpa è loro»; così diceva qualche tempo fa una famosa giornalista russa, Katerina Gordeeva, parlando delle vittime di Mariupol’ e quasi anticipando la tragedia di Kyiv e di un ospedale dove le madri vanno a partorire e a curare i loro bimbi e li vedono invece sacrificare al nuovo idolo della potenza statale russa.
L’inferno nel quale ci stiamo precipitando noi, con la nostra insensibilità e la compiaciuta propensione a sostituire alla realtà le nostre congetture, rischia di essere anche peggio: non avremo più neanche l’idea di un giudizio che possa dare un nome ai veri colpevoli e che possa produrre un ultimo pentimento, un’ultima purificazione, ma resteremo con un male irredento, che continuerà a svuotarci l’anima anche là dove tutto potrà sembrare risolto in una «pace» tutt’altro che reale, e dove tutto invece sarà semplicemente rimosso, in attesa di una nuova esplosione.
Adriano Dell’Asta- Docente di Lingua e Letteratura, Università Cattolica del Sacro Cuore
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