L’attacco di Netanyahu, l’impasse di Usa e Onu

Non ha fatto concessione alcuna, il premier israeliano Benjamin Netanyahu, nel suo discorso all’Assemblea Generale dell’Onu e nel rigettare la proposta, avanzata dagli Usa e dalla Francia, di un cessate il fuoco di 21 giorni in Libano.
In una sala abbandonata da molti delegati per protesta contro Israele, Netanyahu ha tuonato contro un’organizzazione, le Nazioni Unite, descritta come una «casa delle tenebre», una «palude di bile antisemita» e una «società “terra-piattista” anti-Israele» (come mossa da «puro antisemitismo» sarebbe la sua incriminazione da parte della Corte Penale Internazionale). Ed è tornato a minacciare un’escalation regionale dalla quale gli avversari d’Israele, Iran in testa, avrebbero solo da perdere.
לחיילי ישראל ולעם ישראל אני אומר: חיזקו ואמצו! pic.twitter.com/5nhLXhZFaU
— Benjamin Netanyahu - בנימין נתניהו (@netanyahu) September 27, 2024
I media parlano di una Casa Bianca «livida» nei confronti di Netanyahu. Che in quasi contemporanea riceve però un nuovo pacchetto di aiuti militari statunitensi che ammontano a quasi 9 miliardi di dollari. A evidenziare una volta ancora i tanti cortocircuiti scatenati da questa ennesima crisi mediorientale.
Alimentati a loro volta dalle disfunzionalità politiche che condizionano l’agire di tutti gli attori coinvolti così come la natura dei contesti in cui operano. La prima, di queste disfunzionalità, riguarda gli Stati Uniti stessi. La cui politica mediorientale è in una certa misura presa in ostaggio dalla campagna elettorale e da un contesto polarizzato che inquina e a volta paralizza un’azione coerente e incisiva.
L’amministrazione Biden vorrebbe costringere Netanyahu a fare un passo indietro, per prevenire un’escalation del conflitto e porre termine, almeno temporaneamente, alla terribile tragedia di Gaza (oltre che per un banale, ancorché comprensibile, calcolo elettorale, con un elettorato democratico sempre più spaccato e critico verso Israele). In teoria, la dipendenza securitaria israeliana nei confronti dell’alleato maggiore statunitense dovrebbe offrire a quest’ultimo una leva di pressione non indifferente. Di fatto non è così e a quasi un anno dal terribile pogrom perpetrato da Hamas non si contano ormai più le occasioni in cui Biden e Blinken sono stati umiliati più o meno deliberatamente da Netanyahu.
La seconda disfunzionalità ha a che fare con il contesto politico e diplomatico mediorientale. Netanyahu ha rilanciato la tesi secondo la quale l’attacco di Hamas del 7 ottobre sia stato funzionale a far deragliare i negoziati che avrebbero dovuto portare a uno storico accordo tra Israele e Arabia Saudita, completando il processo avviato sotto Trump con i famosi accordi di Abramo. Una lettura fondata, ma molto parziale, quella del premier israeliano, che omette di considerare come una qualche soluzione della questione palestinese sia propedeutica a (e non conseguenza di) una stabilizzazione della regione.
La terza disfunzionalità è quella di una comunità internazionale impotente e di un sistema di governance globale insufficiente e obsoleto. Irrise e offese da Netanyahu, le Nazioni Unite e altre organizzazioni simboleggiano e sublimano questa disfunzionalità: anche i loro atti più eclatanti - come quelli della Corte Penale Internazionale - non hanno spesso conseguenza e vengono accolti da scorno e indifferenza.
La quarta e ultima disfunzionalità riguarda gli attori primari di questa tragedia, palestinesi e israeliani, e le loro rappresentanze politiche. La corruzione dei primi, a partire dall’Autorità Nazionale Palestinese che governa la Cisgiordania, è nota e ha in una certa misura aperto la strada all’ascesa di soggetti radicali come Hamas. La deriva autoritaria e nazionalista d’Israele - simboleggiata dalla figura di Netanyahu stesso - ha a sua volta chiuso progressivamente lo spazio a qualsiasi mediazione e ai compromessi che ogni negoziato in teoria imporrebbe. In assenza dei quali, si afferma la legge arbitraria e violenta del più forte.
E porta tutti gli attori - come ha ribadito Netanyahu ieri - a credere che l’unica soluzione risieda in una «vittoria totale» tanto irrealistica quanto pericolosa.
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