L’«ambiguità» meloniana in politica estera

Se c’è un campo in cui il governo di Giorgia Meloni ha potuto contare per aprire un dialogo con interlocutori che diffidavano del nuovo corso italiano virato a destra, questo è stato la politica estera. I due segni fondamentali impressi dalla premier sono stati l’atlantismo e l’europeismo, con tracce poco visibili delle impostazioni tradizionali di quando la destra era all’opposizione.
Una simile rotta ha consentito a Meloni di far cambiare idea a Biden su quanto stava accadendo a Roma («Guardate cosa succede in Italia!» aveva avvertito il presidente Usa alle nostre elezioni per mettere in guardia dal rischio di uno scivolamento a destra delle opinioni pubbliche) e di intrecciare un dialogo non da «underdog» con i partner europei e con la Commissione sia pure con tensioni qua e là riemergenti ma molto lontane dagli allarmi con cui era stato salutato in Europa il successo della destra italiana. Ursula von der Leyen aveva annunciato: «vigileremo» e parole ancora più aspre erano state pronunciate dai ministri francesi.
Il momento della verità di questa duplice linea del governo Meloni, indicata dalla premier ma attuata da un ministro degli Esteri non in discussione come Antonio Tajani, è stata la guerra in Ucraina: il nostro sostegno a Kiev e la condanna di Putin non sono mai stati in discussione in Parlamento da parte di una coalizione in cui pure Salvini ha marcato sin dall’inizio le proprie riserve senza però far mancare il sostegno dei parlamentari leghisti.
Le elezioni europee di giugno, con l’avanzata delle destre e l’indebolimento dei governi di centro e sinistra in Francia e Germania, e poi la fase finale della presidenza Biden e il riaffacciarsi della ricandidatura di Trump hanno però aperto la discussione sull’ammorbidimento di questa linea italiana di cui è stata considerata controprova il nostro mancato sostegno all’Europarlamento all’uso di armi fornite agli ucraini oltre il confine russo.
Molto si discute su questa nuova presunta tiepidezza di Roma cogliendone segnali come la mancata partecipazione della premier all’evento organizzato dalla Casa Bianca con Zelensky durante l’ultima sessione plenaria dell’Onu. Difficile però pensare per queste ragioni che l’Italia possa rimangiarsi la linea tenuta sin qui, però è pur vero che Meloni, che aveva trovato con Biden un rapporto non solo politico ma anche personale molto positivo, evidentemente non vuole farsi trovare impreparata da un eventuale successo di Trump il cui sostegno a Kiev è decisamente meno convinto di quello seguito sin qui da Washington.
Nello stesso tempo l’astensione in Consiglio europeo sulla seconda presidenza Ursula sostenuta da popolari e socialisti non è un tirarsi indietro (assai poco conveniente per noi) ma un modo per non perdere il contatto – anche per non lasciare troppo margine di manovra a Salvini – con l’orientamento verso destra della maggioranza delle opinioni pubbliche europee.
Non perdere il contatto con un fattore determinante di legittimazione internazionale di qua e di là dell’Oceano; non farsi tagliar fuori da una nuova stagione decisamente più consonante con la propria constituency politica: ecco, se vogliamo parlare di «ambiguità» meloniana, dobbiamo partire da questa doppia faglia che ne condiziona l’agire quotidiano.
Riproduzione riservata © Giornale di Brescia
Iscriviti al canale WhatsApp del GdB e resta aggiornato
@News in 5 minuti
A sera il riassunto della giornata: i fatti principali, le novità per restare aggiornati.
