La vita e le storie di chi ci ha preceduto

Sono, questi, i giorni dei cimiteri. Anche le famiglie più indaffarate si ricordano dei propri morti e ne visitano le tombe. E quando si sosta nei luoghi di sepoltura di chi ci ha lasciato, scaturisce sempre nel cuore e nella mente di ciascuno una benefica meditazione che può avere accenti diversi.
Questo sia per coloro che hanno una profonda fede cristiana, sia per coloro che questa fede l’hanno smarrita o mai avuta o la vivono con sofferti dubbi e domande.
Per i primi vale quanto ben scriveva dalle colonne di questo giornale il professor Piero Gibellini nell’ottobre scorso, commentando gli 800 anni del Cantico delle creature di S. Francesco: da cristiano autentico il poverello di Assisi loda il Creatore e arriva a beatificare «sora nostra morte corporale».
«Francesco - scrive Gibellini - sa che il mondo terreno, con la sua struggente bellezza, finirà per cedere il posto a un Oltremondo dove Bontà e Bellezza non avranno mai fine».
Questa visione cristiana della morte «e di ciò che la segue», come scriveva Paolo VI, rimanda ad alcuni chiari e preziosi passaggi della lettera pastorale che il Vescovo di Brescia mons. Pierantonio Tremolada ha rivolto alla diocesi per l’anno 2024-2025, intitolata «Il Battesimo, dono e opportunità». Sono cristiani coloro che hanno ricevuto il battesimo. Ma è ormai un dato di fatto scontato la frattura, sempre più vasta e larga, che esiste fra l’essere cristiani per motivi anagrafici e l’essere cristiani per convinzione che si fa pratica e stile di vita. E il Vescovo, con la finalità di offrire uno sguardo sereno alla «vita» cristiana in occasione del Giubileo, presenta varie ragioni per riscoprire il senso e il significato di aver ricevuto il battesimo.
Ed è particolarmente toccante che fra le prime ragioni citi il fatto che i primi cristiani, soprattutto i martiri, erano considerati dai pagani «coloro che non hanno paura della morte». Non per indebita spavalderia o disumana superficialità: i cristiani di allora, come quelli di oggi, avevano problemi e angosce verso la morte. Ma avevano anche la fede fresca delle origini che metteva al centro l’annuncio cristiano cardine: il Signore è risorto, perché ha vinto la morte, massima espressione del male introdotto nell’esistenza dal peccato dell’uomo. Forse anche in questi nostri travagliati anni abbiamo bisogno di riscoprire questo dato di fede, che suscita una benefica carica di speranza, forza e coraggio contro ogni paura.
Ma pure i secondi, coloro che non hanno fede, possono riflettere con inediti vantaggi esistenziali. Viene in mente un’opera dell’indimenticabile scrittore lombardo Giuseppe Pontiggia: «Vita di uomini non illustri». Visitare un cimitero è capire che la storia non è l’unica storia dei «grandi» ma è l’insieme di storie: quelle di donne e di uomini non illustri, ma che ci sono stati necessari, sono stati per noi unici, resistenti, commoventi. La storia non si fonda sulle piramidi dei faraoni né sui mausolei dei generali, ma sulle umili ossa dei nostri cari, delle persone che abbiamo incontrato nella vita, anche fugacemente. Tutte meriterebbero un romanzo.
Dal cimitero tutti possiamo uscire non più col «pessimismo» dello storico ma con l’ottimismo di chi guarda la vita con gratitudine, meraviglia, impegno. Possiamo essere come quel ragazzo che, secondo Pontiggia, andava al cimitero dalla bisnonna Antonia e bussava tre volte sulla tomba. Era un rito che si era inventato il ragazzo, come nelle fiabe: bussava una volta per sentirti, una per vederti, una per abbracciarti. Fu così che quel ragazzo aveva imparato a immaginare tutta la grandezza delle vite degli uomini e delle donne non illustri. Noi per affrontare questa esistenza abbiamo bisogno di queste vite. Un po’ meno dei sarcofagi dei faraoni.
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