«La stanza accanto»: Almodóvar e il delicato tema dell’eutanasia

Puntuale, a dicembre, è giunto, anche nelle sale bresciane, il film premiato con il Leone d’oro alla 81esima Mostra del cinema di Venezia. La pellicola è dell’acclamato regista spagnolo Pedro Almodóvar e si intitola «La stanza accanto».
La vicenda è molto semplice: una giornalista inviata di guerra è affetta da un cancro in stato terminale e chiede ad una carissima amica, affermata scrittrice, di «aiutarla a morire», non solo standole accanto come fossero in una vacanza, ma amministrandole al momento giusto la pillola della morte.
Premesso che le due protagoniste sono interpretate magistralmente dalle attrici Tilda Swinton e Julianne Moore e che Almodóvar, abbandonato lo stile tutto spagnolo e passionale, assume gli schemi del cinema hollywoodiano, il film è coinvolgente anche se forse troppo verboso. Tocca tanti sentimenti pur essendo, tutto sommato, un racconto patinato, ambientato nei luoghi altoborghesi di Manhattan e in una splendida villa nel bosco. Un racconto, insomma, forse lontano dalla vita reale della maggioranza delle persone di questo mondo.
Ma proprio perché tocca i tasti dell’emotività e del sentimento, come l’amicizia, i legami parentali, la guerra, il decadimento del pianeta, il declino fisico e del dolore… Temi commoventi, ma proprio per questo il film è da considerarsi «galeotto». Infatti diventa una sorta di manifesto liberal pro eutanasia, tema nelle intenzioni della maggioranza dei Governi del mondo. E ancora aperto è il dibattito politico italiano sul fine vita. Lo stesso regista ha dichiarato «apertis verbis» che la sua opera va a sostegno della campagna globale per il «diritto di morire».
«Dire addio a questo mondo - ha dichiarato il regista - in modo pulito e con dignità è un diritto fondamentale, non è politico ma umano. So che va contro ogni credo che intende Dio come unica fonte di vita, ma chiedo ai praticanti di rispettare e non intervenire nelle scelte individuali. L’essere umano deve essere libero di vivere e di morire quando la vita è insopportabile». Ovvio che il premio del Leone d’oro amplifica e semplifica, come solitamente fa il sistema mass mediale, un tema tanto delicato che non può essere lasciato solo al sentire individuale. Siamo di fronte a una sorta di monopolio della narrazione, secondo la quale l’eutanasia fa piazza pulita di ogni altra soluzione alternativa. Non solo: cancella anche il dubbio se morire volontariamente sia un modo per risolvere il nodo dei problemi legati al fine vita. Il sentire «estetico» (perché questo fa il film) non è un modo umano per trovare una soluzione. Inoltre il rispetto richiesto a chi ha un credo è totalmente assente in chi un credo non l’ha. Lo stesso cristianesimo che ha molto da dire sul valore e la bellezza della vita è emarginato in forma decisa: i missionari carmelitani in Iraq rimangono in un Paese in guerra più per questioni sessuali omofile che per carità e il poliziotto credente viene definito un «fondamentalista religioso».
Il film, per quanto bello, facendo leva sulla emotività fomenta il consenso popolare verso la soluzione eutanasica a scapito della cura. Esiste una maggioranza di uomini e donne che amano la vita, la difendono in tutti i modi, la servono, la promuovono, la rispettano anche in situazioni drammatiche. Non si può mettere sullo stesso piano il vivere e il morire. Una società veramente civile, plurale, aperta non promuove il diritto alla morte, ma il diritto alla vita.
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