La proiezione turca in Somalia: una lezione per l’Europa

Turchia batte Ue 1.000 a 400. Ci riferiamo, in milioni di euro, alla dimensione economica dei rapporti con la Somalia nel corso degli ultimi 7-10 anni. Il raffronto è, inevitabilmente, ibrido, soprattutto perché confronta quanto fanno Ue e i suoi Stati membri con un solo Paese. Ma oltremodo sufficiente a chiarire quanta differenza vi sia tra Europa e Turchia in termini di impegno in un’area strategica come il Corno d’Africa.
La Somalia, dopo la caduta del regime di Siad Barre nel 1991, è stata preda contesa per un ventennio dei signori della guerra, in lotta tra di loro per il controllo di un territorio nel quale lo Stato si era dissolto. Dal governo centrale a quelli locali, dall’esercito alla polizia, e via dicendo, tutto aveva cessato di esistere. Bisogna aspettare il 2012 per la nascita del Governo Federale Somalo. Ristabilita un’autorità statuale, debole perché ancora in lotta con al-Shabaab (il gruppo jihadista affiliato ad al-Qaeda) e per la frammentazione del territorio per via della secessione già nel 1991 del Somaliland e l’autonomia auto-dichiarata del Jubbaland e del Puntland, è la Turchia la prima a bussarle alla porta, poi seguita dall’Europa.
In questo quindicennio è tuttavia la Turchia, non solo rispetto all’Europa ma anche alla Cina e ai Paesi del Golfo, a sapersi costruire il rapporto più solido e a guadagnarsi la maggior fiducia e interesse da parte di Mogadiscio. Rapporto in tutta probabilità destinato proprio ora ad accrescersi per le decisioni degli scorsi giorni del governo federale di annullare tutti gli accordi in essere con gli Emirati Arabi Uniti, accusati di minare «la sovranità nazionale, l’unità territoriale e l’indipendenza politica del Paese».
Il gran merito di Ankara, nella visione della Somalia, è di averne per prima rotto l’isolamento nel 2011, quando l’allora premier Recep Erdogan, lesto lesto, visitò Mogadiscio nel pieno della carestia. Da allora la Turchia ha sapientemente costruito una multiforme alleanza di fiducia, sfociata due anni fa nell’Accordo quadro di difesa e cooperazione economica. Non è un caso se la difesa viene prima della cooperazione economica.
In un certo senso è questa la differenza tra l’approccio turco e quello europeo, perché quest’ultimo si concentra sulla seconda. Ankara è andata al solido. Si è offerta come garante della sovranità del neonato stato federale, come protettrice della sua indipendenza. Facendo ciò si è assicurata pure un pilastro per la sua proiezione africana, come presenza in un teatro di grande rilievo strategico: lo stretto di Bab-el-Mandeb, punto di tensioni geopolitiche per gli attacchi a mercantili e petroliere degli Houthi. Ma non a quelle turche.
Così la Turchia si è costruita una base militare permanente a Mogadiscio e ne controlla il porto. Il Camp TurkSom è anche una università per la difesa della Somalia. Vi si addestrano le forze armate per farne un efficiente esercito. Altro cruciale aspetto è quello energetico. Così in questo 2026 la Turchia inizierà trivellazioni onshore e offshore in Somalia.
Ma, come tipico dell’approccio di Erdogan alla politica estera, la Turchia ha stabilito rapporti anche con il Somaliland, sotto l’aspetto della mediazione (così come si è posta tra Russia e Ucraina), in quanto non ne riconosce l’indipendenza, ma non trascurando aspetti commerciali e di aiuto allo sviluppo. Un sostegno con una valenza anche anti-Israele, unico Paese ad aver riconosciuto il Somaliland. Tramite una presenza visibile, con una propria e forte visione politica, dove gli aspetti della sicurezza esterna e interna sono la premessa per la cooperazione economica, Ankara nutre la propria influenza politica nella regione.
E se l’Europa prendesse in considerazione di ispirarsi a questo approccio?
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