Opinioni

La Comunicazione non violenta andrebbe insegnata a scuola

Rosemberg ha ideato un modo di comunicare che trasforma i conflitti in opportunità, per un mondo più solidale e pacifico: un vademecum su come scegliere le parole
Silvia Valentini

Silvia Valentini

Commentatrice

La Comunicazione non violenta
La Comunicazione non violenta

Se sentiamo pronunciare la parola: «A b r a c a d a b r a» pensiamo immediatamente che accadrà qualcosa di magico, un trucco, una trasformazione. Viene dall’ebraico: «ebrah k’dabri» e significa: «Creo mentre parlo». E cosa vorremmo creare, parlando, se non invisibili ponti di comprensione ed empatia per trasformare ogni conflitto in opportunità e per rafforzare i legami per un mondo più solidale e pacifico? Quanto sarebbe bello poter dire: A b r a c a d a b r a! E vedere le persone comprendersi senza più aggredirsi. Ecco, la Cnv (Comunicazione non violenta di Rosemberg) opera questa magia.

Non richiede incantesimi speciali, ma pochi accorgimenti ed una semplice, costante, pratica trasformativa alla portata di tutti. Andrebbe insegnata nelle scuole, nelle Università. In cosa consiste? Semplicemente nella scelta, con cura e consapevolezza nuova, delle parole, anche e a fortiori, quando sono rivolte a noi stessi. Magicamente vedremmo crearsi ponti comunicativi pieni di empatia, rispetto e comprensione reciproca che trasformano profondamente il nostro modo di comunicare e di relazionarci, generando connessioni e benessere interiore.

Vi mostro come fare. Partiamo dalle 4 componenti fondamentali della CNV.

Osservazione senza giudizio: separare i fatti dalle interpretazioni, evitare le etichette ed i giudizi e concentrarsi su ciò che accade. Esempio: «Ho notato che arrivi all’appuntamento con 15 minuti di ritardo». 2- Riconoscere i propri veri sentimenti: invece di accusare l’altro, analizziamo ed esprimiamo come ci sentiamo. Esempio: «Mi sento frustrato quando arrivi in ritardo perché non mi sento rispettato».

Identificare i bisogni: quelli che stanno sotto al nostro «sentire», per poi capire meglio quelli degli altri. Esempio: «Ho bisogno di sapere che il mio tempo è apprezzato e rispettato». La sofferenza infatti, per Rosemberg, non è colpa né nostra né di altri, ma è unicamente causata dal non aver visto soddisfatti uno o più di questi bisogni. «Sono i nostri pensieri che ci fanno arrabbiare e non l’altra persona».

Fare richieste chiare, senza giudizio e senza imposizioni, ma semplici inviti alla collaborazione. Esempio, «Ti chiederei di avvisarmi, se sai di arrivare in ritardo, così mi posso organizzare diversamente».

Occorre poi allenarsi a pensare e parlare sempre in prima persona: il cosiddetto Linguaggio dell’Io. L’utilizzo del Linguaggio dell’Io aiuta a mantenere la comunicazione chiara, empatica e rispettosa, con l’obiettivo di evitare giudizi, etichette e concentrarsi sui fatti.

Importante è anche parlare al tempo presente, al «qui e ora», escludendo parole come: «sempre» e «mai». I verbi: «dovere» ed «essere» sono da evitare in quanto tipici del linguaggio «sciacallo», usati per definire le persone ed esprimere giudizi. Meglio: Notare/ Osservare/ Rilevare/Vedere/Ascoltare; Sentire/ Provare/ Sperare/Desiderare/Apprezzare; Aver bisogno di/ desiderare/ Volere/ Richiedere/ Cercare; Chiedere/ Richiedere/ Invitare/Suggerire.

Nessuna formula magica, insomma, che richieda doti particolari, ma pura e semplice attenzione e pratica costante. Fatemi sapere. Attendo i vostri feedback. Ah, dimenticavo, se incontrate uno sciacallo irriducibile (capita), non prendete e perdete tempo, prendete distanze, di sicurezza.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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