La Cina e il fragile status quo di Taiwan

Quando, giovedì scorso, nel corso delle celebrazioni del Giorno Nazionale – in cui si commemora la rivolta di Wuchang del 1911, che portò alla caduta della dinastia Qing e alla nascita della Repubblica di Cina – il neopresidente taiwanese, William Lai, ha affermato che la Cina non ha alcun diritto di rappresentare Taiwan, sottolineando l’impegno a «resistere all’annessione o all’usurpazione», pochi hanno immaginato che Pechino non avrebbe risposto in modo fermo e risoluto. E, infatti, puntuale come sempre, è arrivata la condanna cinese, sotto forma di esercitazioni militari nei pressi delle coste taiwanesi. Il portavoce dell’Ufficio per gli Affari Taiwanesi di Pechino l’ha descritta come come una «punizione per la reiterata fabbricazione di sciocchezze sull’indipendenza di Taiwan da parte di Lai».
Il Ministero della Difesa taiwanese ha riferito di aver rilevato la presenza record di 125 velivoli cinesi – tra cui caccia e droni, molti dei quali hanno superato la cosiddetta linea mediana, cioè un punto di demarcazione informale non riconosciuto da Pechino – e di ben 17 navi da guerra: l’obiettivo, quindi, era quello di simulare l’imposizione di un blocco ai danni delle aree chiave dell’isola di Taiwan e di esercitarsi nell’assalto a obiettivi marittimi e terrestri, facendo leva anche sulla partecipazione attiva della guardia costiera in ottica di pattugliamento. Insomma, nella visione della leadership cinese, che guarda a Taiwan come a una appendice essenziale e irrinunciabile del proprio territorio, da riconquistare con la forza se necessario – come ribadito più volte dal Presidente Xi Jinping – la responsabilità sarebbe da addossare a William Lai, etichettato come «pericoloso separatista».
Le esercitazioni cinesi sono durate solo alcune ore, ma, poco dopo averne annunciato la conclusione, il Ministero della Difesa di Pechino ha lanciato un avvertimento, affermando minacciosamente che queste manovre non costituivano una ripetizione delle precedenti esercitazioni militari «Joint Sword-2024A» tenutesi a maggio – all’inizio del mandato presidenziale di Lai – bensì un’escalation della pressione contro ogni possibile velleità indipendentista di Taiwan, e aggiungendo che altre potrebbero seguire a stretto giro. Proprio al fine di garantirsi una difesa efficace, volta a scoraggiare o respingere un attacco cinese, Taiwan ha nel tempo proceduto a piazzare ordini nei confronti dell’alleato statunitense dell’entità di miliardi di dollari in caccia, carri armati, missili e vari aggiornamenti per l’equipaggiamento militare già esistente, rivitalizzando al contempo la propria industria della difesa con la produzione di sottomarini e altre attrezzature. Del resto, negli ultimi anni, gli Stati Uniti hanno intensificato il loro sostegno all’isola e, solo qualche settimana addietro, l’amministrazione Biden ha annunciato l’invio di 567 milioni di dollari in aiuti militari. Ciò nonostante, Taiwan è tormentata dalle minacce in ambito economico da parte della Cina, che spaziano da un possibile blocco dell’isola, fortemente dipendente dal commercio, fino all’indebolimento del suo sistema finanziario.

Proprio per infondere tranquillità all’opinione pubblica interna, Lai ha voluto affrontare tali questioni nel suo discorso, affermando come sia necessario «rafforzare la resilienza in tutta l’isola nell’ambito della difesa nazionale, nei mezzi di sussistenza economici, nella prevenzione dei disastri e nella democrazia», ed evidenziando i successi tecnologici del paese, come quelli che alimentano l’industria dei microchip, definendola una «forza globale per la prosperità e lo sviluppo». Insomma, una situazione che raffigura una delle minacce più esplosive a livello globale, considerato che un eventuale attacco militare cinese ai danni di Taiwan trascinerebbe gli Stati Uniti nel conflitto, causando gravi sconvolgimenti politici ed economici, che andrebbero a scapito della stessa Repubblica Popolare. Di conseguenza, il potenziale di un conflitto su ampia scala e di turbolenze commerciali – oltre ai costi astronomici da sopportare – è ciò che Pechino deve considerare attentamente quando valuta se prendere Taiwan con la forza. Non è chiaro fino a che punto Xi Jinping, che ha consolidato il suo controllo sul Partito Comunista, sia disposto a spingersi per modificare l’attuale status quo. Qualsiasi opzione che prenda in considerazione — che si tratti di un’invasione su vasta scala, di un blocco commerciale o di un attacco limitato alle isole periferiche o all’infrastruttura di Taiwan — rischia di trasformarsi in qualcosa di enormemente più grande e potenzialmente incontrollabile.
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