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Grazie allo sport gli italiani si riscoprono nottambuli alla tv

Paolo Carelli
Sono state soprattutto le imprese degli atleti connazionali a convincerci a puntare la sveglia e sottrarre ore al nostro sonno per tifare in pigiama, con una tazza di caffè e il volume magari più basso del solito
Una famiglia davanti alla tv - Foto New Eden Group © www.giornaledibrescia.it
Una famiglia davanti alla tv - Foto New Eden Group © www.giornaledibrescia.it
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Lo sbarco sulla Luna nel 1969, il dramma di Vermicino nel 1981, quando tutto il paese sperò invano per oltre trenta ore che il piccolo Alfredo Rampi potesse uscire vivo dal pozzo artesiano. Senza dimenticare quando gli aerei americani colpirono Baghdad nel 1991 ed Emilio Fede fu il primo a darne notizia facendo nascere, di fatto, il telegiornale Studio Aperto. Persino le serie tv, più recentemente, sono state in grado di generare questo effetto, se è vero che per l’episodio finale de «Il trono di spade», Sky scelse la trasmissione in contemporanea con la messa in onda negli Stati Uniti.

Eppure, sono state soprattutto le imprese degli atleti connazionali a convincerci a puntare la sveglia e sottrarre ore al nostro sonno per tifare in pigiama, con una tazza di caffè e il volume magari più basso del solito. Curiosamente, quei momenti di improvvisa febbre notturna per lo sport ci aiutano anche a rileggere in chiave originale l’evoluzione della televisione, i passaggi di linguaggio e di sistema che ne hanno scandito la storia. Era il 1967, in pieno monopolio Rai e con due soli canali disponibili, quando quasi diciotto milioni di italiani si svegliarono per seguire dalla voce di Paolo Valenti la diretta radiofonica dell’incontro per il titolo mondiale dei pesi medi tra Nino Benvenuti ed Emile Griffith (la Rai, per tutelare il sonno degli italiani e prevenire possibili defezioni sui luoghi di lavoro il giorno dopo, aveva negato la diretta televisiva limitandosi a una differita nella serata successiva). Tre anni più tardi, fu la volta di Italia-Germania 4-3; a far entrare nella mitologia quella partita non è solamente la scansione schizofrenica dei goal, ma anche il fatto che la distanza dal Messico costrinse gli appassionati a inaugurare una pratica che non si sarebbe più interrotta.

Ma il calcio non è solo la nazionale; sono anche i grandi club che spesso si sono trovati a competere per competizioni internazionali durante le (nostre) ore piccole; i tifosi milanisti ricordano le levatacce per seguire i trionfi della squadra di Sacchi nella Coppa Intercontinentale e gli juventini non sono da meno. Un caso che spiega più di altri il terremoto provocato dall’avvento delle tv commerciali è quello della notte tra l’8 e il 9 dicembre 1985: la Juventus sfida l’Argentinos Juniors a Tokyo. L’ambiziosa Fininvest di Silvio Berlusconi si aggiudica i diritti dell’evento, ma ancora alle tv private non è consentita la diretta su scala nazionale. La partita venne trasmessa in diretta nella sola Lombardia su Canale 5; dalle regioni limitrofe si organizzarono carovane per raggiungere bar e locali pubblici in cui seguire la partita.

Ma la nostra passione sportiva notturna è stata capace di accendersi anche per altre discipline; come dimenticare le maratone a tifare il Moro di Venezia o Luna Rossa nella vela? O l’impresa dei Fratelli Abbagnale a Seoul raccontata da Galeazzi? O ancora i trionfi di Tomba nello sci o della Ferrari e di Valentino Rossi nei motori? Con le pay-tv e la moltiplicazione dell’offerta, lo sport è diventato (anche) materia per coltivare nicchie: l’Nba o il SuperBowl non di rado scatenano nei cultori la volontà di sfidare la stanchezza. In fondo, c’è qualcosa di irrazionale, ma tremendamente romantico, nel sentirsi parte di un rito collettivo e immaginare di essere lì davanti allo schermo come la «Gente della notte» di Jovanotti: «ci si conosce tutti come in un paese, sempre le stesse facce mese dopo mese». Fino alla prossima impresa da vivere insieme.

Paolo Carelli, docente di teoria e tecnica dei media, Università Cattolica del Sacro Cuore

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