L’inflazione ha bruciato gli stipendi degli italiani

È chiaro che un’economia che vuole crescere non può farlo a scapito dei salari, soprattutto per quelli medio-bassi
Spesa sempre più pesante per le famiglie - © www.giornaledibrescia.it
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Fuori dalla cerchia romana, Trilussa non è tanto conosciuto per le sue poesie in dialetto, ma per una citazione che tutti noi abbiamo imparato fin dai nostri primi esordi con la statistica che ci mette in guardia dal valore esplicativo delle statistiche. In realtà questa forzatura del poeta ha valore fino a un certo punto, nel senso che le statistiche di per sé possono essere falsamente indicatrici di dati e di situazioni, ma se analizzate in modo più approfondito, magari correlandole con altre statistiche ad altre informazioni, risultano importanti per darci uno spaccato del tema in oggetto.

Nel caso specifico, il fatto che il potere d’acquisto reale degli stipendi degli italiani (e dei bresciani) sia stato eroso negli ultimi anni era noto e verificabile quotidianamente. In alcuni casi già l’Istat e poi il Censis avevano indicato, sia a livello macro sia nelle singole province, dati piuttosto allarmanti. La politica ha cercato di affrontare questi temi, ma, oggettivamente, siamo ancora lontani dall’aver trovato delle soluzioni reali. Tra i motivi che possono avere influenzato questa situazione c’è l’inflazione, soprattutto nella prima fase degli anni ’20, legata agli aumenti energetici e nel comparto alimentare.

L’inflazione ha colpito tutti i lavoratori con effetti diversi sia in relazione ai livelli salariali sia alla localizzazione geografica dei lavoratori (sebbene il costo della vita sia diverso nelle diverse aree del Paese). Altra causa sono stati i ritardi degli aumenti contrattuali che non hanno portato al recupero del potere d’acquisto. Per quanto riguarda il settore privato, va anche detto che alcune aziende hanno introdotto bonus o aumenti straordinari, però non tutti i settori hanno reagito allo stesso modo.

Possiamo sottolineare che industrie e grandi imprese hanno fatto meglio di altri settori, mentre le Pmi e i servizi hanno sofferto di più sebbene, soprattutto nel nostro territorio, alcune aziende hanno introdotto bonus una tantum per compensare l’inflazione. Nel settore delle utilities, che hanno registrato dei margini più elevati, i premi sono stati più numerosi e, in alcuni casi, si sono introdotte delle modalità di indicizzazione almeno parziale. Un tema che era caro ad alcuni economisti, quello delle gabbie salariali, non è mai stato introdotto nel nostro Paese sebbene sia abbastanza evidente la differenza nel costo della vita nelle aree del nostro territorio. Quali potrebbero essere le soluzioni a questa situazione.

La prima, ovviamente, è l’adeguamento dei contratti più rapidi con tempi di rinnovo più brevi per il pubblico e meccanismi di revisione più frequenti legati all’infrazione per il privato. Una delle strade che è stata utilizzata è stata quella dei bonus una tantum, anche detassati, piuttosto che tutto quello che è stato fatto sotto il cappello del «welfare aziendale».

Un’altra leva sarebbe quella delle politiche fiscali. Scelte concrete, la cui reale incidenza sul potere d’acquisto non sia parziale e a volte anche contraddittoria. C’è sempre il famoso tema del cuneo fiscale, dove la volontà politica potrebbe trovare un punto di equilibrio tra gli effetti che questo intervento potrebbe avere sia per quanto riguarda le imprese sia per i lavoratori. C’è un tema legato agli aumenti di produttività, quindi alla possibilità di migliorare l’efficienza produttiva nelle nostre imprese, potendo distribuire in modo diverso il valore aggiunto generato.

Un altro spunto interessante, per concludere, è guardare quello che succede in Europa. Così dobbiamo sottolineare come paesi come il Belgio e Lussemburgo (che comunque hanno economie migliori delle nostre) hanno mantenuto un sistema di indicizzazione automatica dei salari all’inflazione. La Spagna non ha un’indicizzazione automatica, però ha delle clausole di salvaguardia nei contratti collettivi che permettono, nel caso di inflazione elevata, di recuperare potere d’acquisto. I Paesi a lingua tedesca non hanno indicizzazione automatica, però nei rinnovi contrattuali viene sempre inserita in modo quasi automatica l’inflazione senza vere e proprie pre-negoziazioni sul tema. In Francia soltanto il salario minimo viene aggiornato automaticamente all’inflazione e quindi gli altri salari invece hanno un riferimento simile al nostro, anche se con dei tempi più diversi.

In sostanza, per concludere, al di là degli stimoli di natura statistica, è chiaro che un’economia che vuole crescere non può farlo a scapito dei salari, soprattutto per quelli medio-bassi. Sebbene in qualche modo la tendenza politica sia quella di salvaguardare le fasce medie, cosa altrettanto interessante e utile, è evidente che in una situazione di difficoltà come quella che stiamo registrando in questi ultimi anni, le fasce a reddito più basso sono quelle che finiscono col cedere maggiori punti di reale potere d’acquisto partendo da situazioni già abbastanza compromesse. È una scelta politica, che va sicuramente ponderata per evitare tutti gli effetti negativi che un intervento non adeguatamente pianificato potrebbe determinare.

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