Il nostro tempo segnato dalla violenza

La violenza è il cavo d’acciaio temprato che unisce il vissuto del nostro tempo e detta i comportamenti individuali e collettivi che lo caratterizzano. Ad ogni tragedia che accade si grida al «mai più», come indirizzo collettivo da perseguire. Intanto, col fatto che si rinnovi quotidianamente in diverse forme, si fa strada la convinzione paralizzante che si tratti invece di un «ora e per sempre», destinato a gonfiare statistiche già scritte e solo da compilare per i giorni a venire.
La violenza delle tante morti sul lavoro suscita orrore e al contempo offre il messaggio che si manifesti come un feroce tributo strutturato, collegato alla sua organizzazione.
L’incidente singolo, che si ripete con una frequenza spaventosa, convince che la morte nell’attività occupazionale è un costo messo in conto, senza la capacità di rimuoverlo. Si contano le bare e si prova ad accedere personalmente ai settori, e alle mansioni, che meno subiscono i lutti. Si effettuano azioni di scioperi di denuncia, finalizzati a modificare la gestione dei comportamenti. Finiscono per confermare, pure loro, la brutalità degli scontri sociali in atto sul versante accidentato del cammino economico.
La violenza nelle relazioni interpersonali viene portata alla ribalta dalla facilità con la quale si spengono le vite di donne e uomini, sconosciuti, che hanno solo incrociato i loro passi con qualcuno alla ricerca gratuita di proprie malate soddisfazioni. Gli omicidi senza ragioni apparenti, definiti immotivati, si mescolano a quelli, prevalentemente femminicidi, rivolti contro familiari, od ex conviventi, che hanno portato a conclusione il loro rapporto e che non si vuole lasciare andare. Si configura come la violenza che si esercita su una convivenza ritenuta come proprietà insindacabile. La violenza del voler costringere allo stare subalternamente insieme.
Vi è la violenza «fai da te», che vuole sostituire la legge nel regolamentare il contrasto delle proprie ragioni contro terzi. Si ritiene, in sostanza, che l’ordine costituito si impantani nei disciplinari dei comportamenti e quindi sia necessario perseguire in proprio la giustizia con lo scontro fisico con i contendenti. Alla violenza regolatrice tra bande contrapposte si affianca quella opposta ad operatori pubblici. Si tratti di medici ed infermieri che operano nei Pronto soccorso trasformati in trincee di frontiera da chi si ritiene insoddisfatto dei servizi ricevuti. Oppure di agenti di polizia impegnati nel controllo dei comportamenti di piazza di quanti vogliono trasformare qualsiasi manifestazione in luogo di contestazione radicale del tessuto civico.
Insomma la violenza che produce le coordinate del vissuto, abbeverandosi pure alla violenza delle guerre, e alle minacce del loro ampliamento, che caratterizzano lo scenario internazionale, rappresentando lo scontro armato come la levatrice in un diverso ordine mondiale che prevede vincitori sprezzanti e vinti subalterni. La pace imposta alle condizioni dei vincitori e gli sconfitti condannati a pagare i costi di una presunta ricostruzione, subita e patita come vinti che non possono fare altro.
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