Il Ferragosto dello svago non cancelli la spiritualità

L’aspetto godereccio del Ferragosto non è solo frutto di contingenza: il clou delle ferie prima del graduale ritorno alla normalità o la breve evasione di coloro che non fanno vacanze. Si tratta, piuttosto, di un comportamento che ha radici lontane e che, più di una volta, da queste colonne, mons. Enzo Giammancheri, scomparso 20 anni fa, analizzava con acume.
Gli interventi di mons. Giammancheri mettevano in rilievo l’opportunità di guardarsi dalla convinzione che la fede religiosa sia una «alienazione», un disimpegno, un distacco da ciò che è umano. Una forma di irresponsabilità, insomma.
Alla base di questa convinzione vi era certamente da un lato il noto pensiero marxista secondo il quale la religione è «l’oppio dei popoli», dall’altro lato avanzava un antropocentrismo che avrebbe portato all’individualismo vergognoso di questi anni. Va da sé che una festività come quella del 15 agosto che ha come cornice il cielo non tocca più di tanto l’odierna sensibilità. D’altro canto, già in anni non sospetti, si raccontava di un seminarista bresciano deciso a lasciare gli studi teologici per fidanzarsi. Al suo padre spirituale che gli diceva: «non sai che noi che lasciamo tutto…in cielo indosseremo piviali d’oro?», si racconta abbia risposto: «Caro padre, a un piviale d’oro domani preferisco una donna in camicia oggi!».

Nessuna meraviglia, dunque, se di questi tempi la festività dell’Assunta è vista come una circostanza retorica. Ma ci si scorda che si tratta di un vertice, cui si giunge attraverso una salita che richiede continue umane responsabilità. Un esempio lampante è il calendario liturgico. Il 15 agosto è preceduto dalla memoria di alcune figure non certo «alienate». Il 9 agosto si ricorda Santa Teresa Benedetta della Croce, quella Edith Stein dottoressa docente di filosofia, ebrea convertita al cattolicesimo, che divenuta carmelitana seguì il suo popolo nell’Olocausto e morì ad Auschwitz nel 1942 a soli 51 anni. Il 10 agosto si ricorda quel diacono Lorenzo, molto popolare per la notte delle stelle cadenti, che nel 258 subì un crudele martirio per non tradire i poveri di Roma a lui affidati da papa Sisto II. Li considerava il vero tesoro della Chiesa.
L’11 agosto si ricorda Chiara, la ragazza di Assisi che si innamorò dell’ideale di Francesco e ne seguì le orme. E il 14 viene ricordato S. Massimiano Maria Kolbe, il religioso francescano polacco che nel campo di concentramento di Auschwitz nell’agosto del 1941 chiese di sostituire nel bunker della fame un padre di famiglia che era stato condannato a morte. Epoche diverse, dall’antichità al Novecento. E figure molto diverse, ma tutte dimostrano come la fede sia proprio il contrario di ogni forma di alienazione, disattenzione agli altri, disimpegno sociale. Piuttosto è la strada più breve per guardare l’uomo in tutta la sua grandezza e dignità, in tutte le sue sofferenze e i suoi bisogni. Sempre e ovunque.
Sarebbe da ripensare quanto mons. Giammancheri scriveva lucidamente. Fra l’altro molti dei suoi scritti sono stati pubblicati. Come, del resto, non sono da far cadere le parole di Benedetto XVI e dei suoi successori: Dio è il primo alleato dell’uomo. Ricordarlo, anche sotto il solleone, non fa mai male.
Monisgnor Gabriele Filippini, canonico del Duomo di Brescia
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