Opinioni

Il bullismo e l’esempio di Sparta

Il fenomeno è sempre esistito ma ora è cambiato l’atteggiamento dei genitori
Egidio Bonomi
Bullismo - Foto © www.giornaledibrescia.it
Bullismo - Foto © www.giornaledibrescia.it

Bullismo, gang minorili, tredicenne che accoltella quattordicenne, episodi quasi giornalieri grondanti dalla televisione, psicologi e sociologhi in spolvero sui perché e percome, la nera notizia insistente nei tigì, rivoltata e radiografata nel «tolc-sciòo», alimento acido dell’«audience», per l’inquietudine del telespettatore ed i commenti (scontati) di quelli che «una volta certe cose non succedevano».

Beh, intanto il bullismo è sempre esistito, oserei dire che sia una triste tara giovanile rivestita dell’impietosa crudeltà tipica dei ragazzi, ma le reazioni della società dell’artificiale (intelligenza compresa), sono ben diverse: un tempo - facciamo due manciate di decenni - le marachelle, anche veniali, si pagavano in omaggio alla pedagogia della frusta e della carota: ti premio se «fai il bravo», punizioni corporali (la bacchetta, ancella delle cinghiate paterne e dei ceffoni fraterni) se sgarravi.

Oggi, perfino di fronte a delitti grevi, gli stessi familiari, genitori in testa, si affrettano a classificare come «bravata» l’azione delittuosa. Certo è cambiata la cultura educativa, sono mutati gli atteggiamenti genitoriali, la pedagogia moderna viaggia sull’asse della convinzione e non della costrizione. Nobilissima tendenza che si scontra, spesso, con la noncuranza e, appunto, la comoda giustificazione che si tratta di eccessi giovanili. Così, il tredicenne, per stare all’attualità stringente, viene riaffidato ai genitori perché… tredicenne, i quali genitori (sospetto rigurgitante) forse continueranno ad usare più blandizie che rimedi.

E allora sgomita la storia, quella antichissima della Sparta, narrata da Plutarco, dove la società era sorvegliata dai «presbouteroi», gli anziani, come se fossero capi, padri, pedagoghi di tutti. I ragazzi venivano tolti alla famiglia a sette anni ed erano dello Stato fino ai trenta, tanto durava la cosiddetta «agogé», definibile come «educazione». Ogni ragazzo era affidato ad un «neos», un giovane stimato che stabiliva con lui rapporti pedagogici e d’altra natura. La storia non è fatta solo di avvenimenti, ma delle pratiche e delle valutazioni sociali, delle mentalità e delle credenze.

E allora ecco che, a proposito di «marachelle» giovanili, se un giovane, a Sparta, si comportava in modo riprovevole, la punizione non toccava a lui, ma al suo educatore. Siamo al nocciolo della questione: la storia maestra di vita, ma sempre più priva di alunni. Immaginate se la punizione spartana tornasse in auge… Ma ridacchia non poco quello che potrebbe essere definito «periodo ipotetico dell’irrealtà».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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