Opinioni

La gentilezza: eversiva ma garbata, che suscita emozioni creative

Sara Bignotti
Al confine tra i moti dell’animo e la voglia di approcci che non siano fatti di aggressività e prevaricazione
Il «Buon samaritano» dipinto da Van Gogh
Il «Buon samaritano» dipinto da Van Gogh
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Secondo Freud ci sono moti dell’animo volti a distruggere e altri volti a conservare la vita. La «gentilezza» appartiene a quest’ultima categoria. Tuttavia, mentre conflitti, ingiustizie, disuguaglianze imperversano in ogni parte del mondo, nemmeno sulla gentilezza ci si trova d’accordo.

Nella nostra congiuntura storica, e forse non solo, persino figure come Nelson Mandela o Madre Teresa di Calcutta hanno l’effetto di «dividere» le opinioni suscitando reazioni opposte, di culto utopistico o di diffida iper-realistica - dimentichi in entrambi i casi che si tratta di esempi di vita concreta e fonti di ispirazione per i loro semplici gesti. Gesti semplici di astensione, di distensione, di accoglienza, di generosità ritenuti perlopiù anacronistici, inutili o controproducenti perché assimilabili a una resa: se lasci fare, ti arrendi; se «porgi l’altra guancia» seguendo il comandamento cristiano, sei un perdente.

La gentilezza è accettata quando diventa uno stile accessorio, aggiunto alle nostre azioni: ma proprio così si rende inessenziale. La gentilezza non è «bon ton», ma carattere morale; non è passività, ma scelta attiva che ha il potere di sortire un altro punto di vista. Un tono garbato può cambiare il registro di una conversazione, un’azione premurosa può rovesciare una situazione: la gentilezza modifica le regole del gioco.

La gentilezza è un’idea eversiva, da rispolverare nella nostra memoria storica. Elaborata nelle tavole cristiane, come amore verso il prossimo, è resa universale dalla filosofia: ha la sua stagione fiorente nel Settecento con David Hume e Adam Smith, che la rendono protagonista del pensiero politico e morale moderno come inclinazione al «sentimento altrui» e alla base del modo di intendere fino ad oggi le comunità umane, pur con tratti di discontinuità e continuità. L’idea rivoluzionaria sta nella «simpatia» universale: amore per l’umanità - con una estensione laica della carità cristiana - che tiene insieme individui e comunità, spinte all’egoismo e vocazione alla solidarietà.

La gentilezza si sceglie, e insieme ci trasforma. Nell’ottica «gentile» il mondo cambia aspetto, le azioni disinnescano reazioni e sprigionano risposte inattese. La gentilezza non elimina le distanze, ma le riempie di significati. Alla gentilezza corrispondono emozioni «creative», che spaziano dall’altruismo alla solidarietà, dall’empatia alla compassione, dall’ascolto dell’altro alla consapevolezza della nostra comune umanità, e sono in grado di neutralizzare le emozioni «distruttive» - noia e malinconia, rabbia e disprezzo, colpa e invidia – che incupiscono la vita oltre a rendere impossibili le nostre relazioni (individuali e collettive).

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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