Opinioni

Elezioni in Emilia e Umbria, i risultati non erano così scontati

L’astensionismo in queste votazioni regionali è stato marcato, ma i numeri dicono anche che si sta andando sempre più verso due poli di simile consistenza
Luca Tentoni

Luca Tentoni

Editorialista

Stefania Proietti, nuova governatrice di Regione Umbria, e Michele De Pascale, nuovo presidente dell'Emilia Romagna - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Stefania Proietti, nuova governatrice di Regione Umbria, e Michele De Pascale, nuovo presidente dell'Emilia Romagna - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Le elezioni in Emilia-Romagna e in Umbria, come tutti giustamente hanno sottolineato, sono state caratterizzate da un evidente e marcato astensionismo aggiuntivo rispetto alle precedenti analoghe votazioni.

C’è però da distinguere in primo luogo un aspetto: nel caso dell’Emilia-Romagna si era in presenza, nel 2020, di una mobilitazione dovuta all’incertezza dell’esito del voto: la regione era diventata – almeno apparentemente – contendibile, visto che la Lega stava vivendo il suo momento di grande forza, dopo le europee del 2019. Così, da quel 37,71% di affluenza del 2014 (quando l’elettorato emiliano-romagnolo aveva manifestato scontento verso uno storico, radicato, sistema di potere locale) nel 2019 si era arrivati al 67,67%, cioè poco sotto quel 68,07% registrato nel 2010.

Il 46,42% del 2024 è, dunque, un’affluenza compatibile con un’elezione regionale dall’esito scontato: il dato, però, è maturato soprattutto nella mattina di lunedì, perché alle 23 della domenica l’affluenza era quasi allineata a quella umbra (che poi è stata superiore di circa sei punti rispetto a quella emiliana-romagnola), quando ormai si è capito che andare o non andare ai seggi non avrebbe fatto la differenza.

E così, nel divario fra una competizione «sgonfia» come quella dell’Emilia-Romagna (-21,25% di affluenza, cioè tre elettori su dieci in meno rispetto al 2020) e una accesa come quella umbra (-12,39% di affluenza, cioè due su dieci in meno e 52,3% alle urne, in un clima generale nel quale ormai neppure per le europee si arriva al 50%) si sono sviluppate le competizioni che hanno portato, per vie diverse, la vittoria al centrosinistra.

Se domenica i votanti in Emilia-Romagna erano stati pari al 35,76% e in Umbria al 37,79%, lunedì è andato alle urne rispettivamente l’8,66% e il 14,51% del corpo elettorale: un abisso. In Umbria si combatteva all’ultimo voto, in Emilia-Romagna si defezionava.

Detto questo, l’affermazione del «campo largo» è stata chiara, sia in Emilia-Romagna, dove dal 52,8% del 2020 si è passati al 54,4% delle politiche 2022, e al 55,9% delle europee 2024 al 57,4% delle ultime regionali; così in Umbria, dove la coalizione imperniata sul Pd aveva il 36,8% alle scorse regionali, il 47,8% alle politiche ’22, il 46,6% alle europee ’24 e ora il 50,2%.

Sull’altro versante, il destracentro è passato, in Emilia-Romagna, dal 45,4% del 2020 al 39% delle politiche e al 40,6% delle europee, attestandosi alle regionali ’24 al 39,8%, mentre in Umbria è partito dal 58,8% del 2019, passato per il 45,9% delle politiche e per il 49,7% delle europee e approdato al 47,3% delle regionali ’24. Se ci si fa caso, il dato del destracentro in entrambe le regioni è a metà fra quello – più lusinghiero – delle europee e quello delle politiche. Segno che l’epoca delle scorse regionali è chiusa: lo si vede anche confrontando i voti della Lega, che è impietoso per il partito di Salvini.

Siamo ormai in un’altra stagione, quella nella quale i due poli hanno più o meno la stessa consistenza (con uno strutturale piccolo vantaggio per il destracentro, anche a causa del declino di centristi e M5s) e la forza elettorale degli schieramenti è ormai concentrata su quella dei partiti guida (FdI a destra, Pd a sinistra). Gli altri sono tutti sotto il 10%: nel destracentro, Forza Italia sorpassa una Lega sempre più debole in entrambe le regioni (alle europee, alle politiche e ovviamente nel 2020 il Carroccio era rimasto avanti in Emilia-Romagna, rispetto agli azzurri), nel «campo largo» i centristi navigano attorno al 2%, mentre Avs perde qualcosa sulle europee ma migliora rispetto alle politiche e il M5s crolla (in Emilia, dal 4,7% delle regionali ’20 al 3,6%, dopo aver avuto il 9,9% alle politiche e il 7,2% alle europee; in Umbria, dal 7,4% delle regionali ’19 – prima prova della coalizione ampia – al 4,7%, passando per il 12,7% delle politiche e l’8,9% delle europee).

Restano in campo, dunque, i partiti maggiori e i candidati, a caratterizzare la competizione. FdI, considerando una quota delle liste del presidente, è fra il risultato delle politiche e quello delle europee in Emilia-Romagna, ma crolla in Umbria, dove l’«effetto Bandecchi» può aver provocato più danni che portato vantaggi (anche per il contrasto col gruppo dirigente ternano di FdI). Il Pd, invece, sfonda: in Emilia-Romagna passa dal 34,7% delle regionali precedenti al 42,9% (politiche 28,1%, europee 36,1%) e in Umbria sale dal 22,3% del ’19 al 30,2% (politiche 20,9%, europee 26,4%).

Una breve nota sui candidati: nel campo largo, De Pascale ha avuto lo 0,59% in meno delle liste, in una competizione però dove il suo polo ha vinto ampiamente, mentre la Proietti in Umbria ha portato un valore aggiunto dello 0,9%; nel destracentro, la Ugolini ha fatto poco meglio della sua coalizione (+0,28%) ma la Tesei ha perso l’1,13%. In sintesi, in Umbria il distacco fra le coalizioni, in termini di voti di lista, è stato del 2,93% a vantaggio del centrosinistra, ma quello per Proietti è salito al 4,96%.

Le persone fanno la differenza. A ben vedere, il centrosinistra avrebbe vinto in Emilia-Romagna anche senza gli alleati che si combattono fra loro (centristi e M5s) mentre in Umbria ce l’avrebbe fatta per pochissimo anche senza i pentastellati.

Il Pd, tuttavia, ha il compito di unire tutta la coalizione, non illudendosi di poter fare da solo, perché la vittoria in Umbria «è una rondine che non fa primavera» e perché la partita delle politiche sarà molto più dura.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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