Dare un senso anche se «un senso non ce l’ha»

Accade qualcosa di strano ultimamente, qualcosa che induce il pensiero di un sottostante disagio generazionale mal celato da dichiarazioni di disponibilità ed apprezzamento ma nei fatti decisamente anomalo.
Provo da un osservatorio privilegiato come InnexHub e come la rete Iobo ad esplorare questa tematica sperando di portare un modesto contributo o di attivare un dibattito efficace ed utile. Intervistati da più parti, adulti ed imprenditori dai 50 anni in su concordano in linea di massima di non trovare personale qualificato da inserire in azienda, concordano nel dichiarare che i giovani tendono a non accettare la parola «sacrificio» o comunque «impegno lavorativo», concordano nell’affermare che in fondo a questi interessa poco un lavoro «sicuro» privilegiando una mobilità inusuale riscontrata da richieste «inaccettabili» di smart working.
Tuttavia, leggendo i quotidiani e valutando notizie apparentemente ininfluenti rispetto quanto affermato sopra, constatiamo che: l’atletica italiana ci ha riempito di medaglie come mai prima con atleti giovanissimi, nel nuoto i nostri giovani sono i primi al mondo, nel tennis pure, agli Europei di calcio le nazionali con i giocatori «d’esperienza» hanno faticato e gli emergenti, e che emergenti, stanno nel range tra i 16 e i 23 anni, uguale nel motociclismo, nell’automobilismo... Questo nello sport, poi andiamo a guardare le startup più innovative o quanti anni hanno alcuni dei cervelli più in risalto al mondo e scopriamo ancora una volta che l’età media è molto sotto i 30 anni.
Quindi? Temo che il problema risieda nella psicologia: la nostra generazione – sono un boomer consolidato – ha vissuto l’illusione di essere arrivata, di aver chiuso il cerchio evolutivo nella malsana convinzione che in fondo non vi fosse più nulla da scoprire che il ben-essere fosse diffuso e consolidato e che la pace fosse ormai un diritto acquisito.
Il Covid e prima di esso le crisi finanziarie precedenti hanno clamorosamente smentito questa illusione precipitando tutti e soprattutto i giovani e giovanissimi in un girone che solo i superstiti dell’ultimo conflitto mondiale avevano sperimentato. Incertezza totale nel futuro, relazioni interpersonali azzerate, scuola in crisi di contenuti, società disorientata, politica inefficace velleitaria e autoreferenziale, guerra a due passi da casa con un potenziale rischio di allargamento mai avvenuto dopo il ’45... Vogliamo aggiungere qualcosa? Ma nonostante tutto questo alla ripresa delle attività, e oggi nel quotidiano incedere delle azioni, ancora noi ci siamo illusi che si potesse tornare come prima «andrà tutto bene» e buonasera.
Siamo rimasti fermi al punto ed i comportamenti ed azioni conseguenti hanno rispettato il medesimo copione: punti fermi, slogan velleitari (Dio, Patria, Famiglia) non sostenuti da fatti reali e coerenza vera, consumo, competizione distorta, incapacità di ascolto e lettura della realtà. Miti e demoni come l’Ai ed i social network.
Ora siamo chiamati a dare un senso a quanto accade ma come ben diceva e dice ancora con grande efficacia il buon Vasco «un senso non ce l’ha». Non riusciamo a dare un senso uno scopo, o almeno quelli dai 50 in su non riescono a darlo, perché sono rimasti – siamo rimasti –attaccati alla vecchia era senza accorgerci che l’era è mutata, siamo entrati in un mondo nuovo dove gli stereotipi vacillano come le certezze e i paradigmi si rovesciano da un giorno all’altro.
Chi ha patito di più ed è riuscito a venirne fuori sono i giovani e lo dimostrano quotidianamente, ma noi non lo vediamo, applaudiamo alle imprese sportive convinti ancora che si tratti di hobby dopo scolastici, di attività da dopolavoro non avendo capito che questa è stata per molti l’ancora di salvezza la dimostrazione che con il sacrificio, la determinazione, la fedeltà e onestà nei confronti di un progetto ancora si può vincere, ancora si può vivere. Questa è la lezione ma bisogna ascoltarla sul canale giusto, se sei davanti una scacchiera e uno gioca a scacchi e l’altro a dama mai si riuscirà a capirsi e giocare la stessa partita: nello sport, nel lavoro, in famiglia e nella vita.
Giancarlo Turati - presidente InnexHub
Riproduzione riservata © Giornale di Brescia
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