Opinioni

Dal ’500 a «Mariù», la chitarra Estudiantina e le serenate perdute

Egidio Bonomi
Un ricordo della prima chitarra, liuto di giovani dita e voce di serenate novecentesche
L'Estudiantina - Foto © www.giornaledibrescia.it
L'Estudiantina - Foto © www.giornaledibrescia.it
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Appoggiata al sedile di mogano, in fregio al caminetto, dorme la mia prima chitarra, una Estudiantina, la bocca a tutto tondo, sdentata, ormai dimentica della gioia canora dei miei vent’anni. L’avevo acquistata per… posta, Amazon di là da venire, fatta giungere da Catania, nella vecchia casa dalle mille stanze, cedendo alla tentazione d’una réclame, esaltante il prezzo più che la sonorità.

Quanti anni avevo? Diciassette, diciotto… che importanza ha? Costava cinquemila lire, una cifra, per studente squattrinato, ma era il mio liuto… le dita giovani presto aduse agli accordi e la voce vibrante sulle sue corde. Erano gli anni dei primi… affanni d’amore, più fantasia che realtà, anni di serenate. Sì, una stranezza, forse persino stravagante, che nella valle, aspra e forte di magli e metalli, sopravvivesse un tratto… napoletano.

Più volte mi sono chiesto come mai, dato che, volgendomi indietro, scorgevo la tradizione di serenate, nell’ovatta di silenziose notti. Così sono risalito al Cinquecento, quando a Brescia esistevano numerosi complessini (oggi sarebbero band) di professionisti che, al soldo di innamorati, libravano le «mattinate», sotto balconi in segreto fremito. Poi le mattinate sono mutate in «serenate», definizione più appropriata, poiché fiorivano di… sera.

Eravamo sempre in duo, io e Gepe Chitara (una sola erre, meravigliosa stringatezza dialettale): lui voce tenorile ben educata, io più baritonale, in canto e controcanto, sotto balconi e finestre, avvolti in delicate note, grondanti amore, veleggianti nell’alto. Poi, la vecchia Estudiantina aveva ceduto le… corde ad una più pretenziosa Mozzani, In continuità sotto balconi con criniere di gerani, il gradimento sussurrato dal battito di luce accesa e spenta, quando non, addirittura, la porta che s’apriva per l’offerta d’un calice cordiale, gli occhi della notte ignari del sonno, le chitarre senza fremiti, lasciati al solo cuore.

Pensieri ritrovati… la vecchia chitarra mostra ancora corde sfilacciate, rugginose, il pulviscolo del tempo che canta in vece mia, i ricordi come un remo, immerso nell’anima liquida di giorni giovani, lenti, immortali. Porta i segni d’un lungo corso, la vecchia Estudiantina, e rilascia versi di canzoni senza epoca, dai titoli sognanti come «Incantesimo», o un’insonne «Io la notte più non posso dormire», o l’inossidabile «Parlami d’amore, Mariù»… Rimbalza, intriso di risalente malinconia, proprio il verso di «Incantesimo»: «Sogno d’averti vicino, ma fugge il sogno lontan...».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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