Educhiamo i cyberbulli a ritrovare le relazioni

Le due recenti giornate di riflessione sui bullismi e quella dedicata al Safer Internet Day ci richiedono attenzione e aumentata sensibilità ai rischi che corrono sempre di più i minori. E poi richiamano l’urgenza di interventi formativi per gli adulti di riferimento e progetti precoci, precocissimi, per i minori necessari per fronteggiare quel cyberbullismo problematico e complesso che non accenna a diminuire.
E serve allora, io credo, cominciare a trovare risposte alla domanda: ma chi è davvero il cyberbullo. Perché noi ne vediamo le imprese di prepotenza, i gesti plateali e dimostrativi, ma forse ignoriamo che allo specchio il bullo online vede la sua immagine enorme, potente, dotata di forza. Di solito centrato su di sé, si sente invincibile, protetto dall’anonimato e allora minaccia, prende in giro offende, usando online parole che feriscono spesso più delle mani: «Idiota» «Fai schifo» «Ti odio» o altre peggiori.
In rete ostenta sicurezza e determinazione, mostra denti aguzzi e feroci capaci di mordere e lacerare, ma in realtà spesso è un debole, a sua volta spesso vittima di altre violenze. Nel web il cyberbullo diventa un «angelo vendicatore» che si vuole rifare per i torti subiti. Usa il suo potentissimo smartphone per cambiare sembianze senza doversi coprire il volto. Pensa di non essere mai identificabile quando nottetempo lancia i suoi strali e colpisce duro, anche a morte, soprattutto se si allea con altri bulli per il piacere della persecuzione.
Sa che attorno a sé ha ammiratori e complici che vedono e non parlano, che si divertono, lo sostengono e lo applaudono. Di loro ha bisogno il cyberbullo. Ha capito che più le spara grosse e sono virali le sue performance, più gli danno attenzione. Quella gli serve per essere ammirato e far vedere che anche senza forza fisica si diventa popolari.
A quel punto non conta più che le sue vittime lo implorino di lasciarle in pace e gli chiedano di smetterla: più è vincente e meno è empatico, meno sente il dolore delle sue prede e più le tortura, insiste nel perseguitarle e le scova ovunque, in qualsiasi momento. Sa che può colpirle quando ne ha voglia: sono bersagli sempre presenti in rete, h24 come lui, con il telefonino acceso.
Che fare allora? Come proteggere le vittime braccate? Come prevenire i carnefici? Prima di emettere sentenze e definire sanzioni che pure hanno significato, penso che servano competenze educative rinnovate e adulti che non sottovalutino mai i piccoli gesti di prepotenza virtuale e colgano sempre anche l’uso casuale di parole offensive e nemmeno per gioco le giustifichino.
C’è bisogno di adulti capaci di dare aiuto alle vittime paralizzate nel silenzio e inchiodate alla solitudine per la non-curanza dei grandi e per l’omertà dei pari. Certo servono, ma non bastano gli spettacoli teatrali a scuola per scoraggiare il cyberbullismo strisciante. Con le nuove generazioni dobbiamo costruire l’umano che vuol dire educare alle relazioni e al rispetto altrui e insegnare a comunicare e ad ascoltare.
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