Arrestato il presidente Yoon Suk-yeol, tensioni in Corea del Sud

La Corte Costituzionale avrà sei mesi per emettere un verdetto sul presidente, che lo scorso 3 dicembre aveva proclamato la legge marziale
Yoon Suk-yeol dopo l'arresto - Foto Epa/Yonhap © www.giornaledibrescia.it
Yoon Suk-yeol dopo l'arresto - Foto Epa/Yonhap © www.giornaledibrescia.it
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Dopo 43 giorni dalla drammatica notte del 3 dicembre, quando la popolazione della Corea del Sud ha assistito attonita alla proclamazione della legge marziale – prontamente respinta dal Parlamento – il Presidente Yoon Suk-yeol, già sottoposto ad impeachment, è stato tratto in arresto. I funzionari dell’Ufficio per le indagini sulla corruzione sono tornati alla carica in forze dopo che il loro primo tentativo di dare seguito a un mandato di arresto era stato abbandonato, all’inizio di gennaio, a causa di un serrato confronto con gli agenti responsabili per la sicurezza del Capo di Stato, che avevano bloccato l’accesso alla residenza presidenziale.

Sebbene sia già accaduto più volte in Corea che un ex-presidente debba confrontarsi con incriminazioni pesanti e con la detenzione, Yoon passerà alla storia come primo capo di stato in carica nel Paese a subire l’onta dell’arresto, peraltro con accuse gravissime come l’alto tradimento e l’insurrezione, vale a dire i pochi crimini per cui neanche le massime cariche politiche godono di alcuna immunità. Se l’iter processuale dovesse avere seguito e Yoon fosse condannato, rischierebbe una lunga reclusione o persino la pena di morte, almeno in linea teorica, visto che la Corea del Sud ha da tempo immemore applicato una moratoria sulle esecuzioni. In un senso ampio, l’arresto di Yoon suggerisce che lo stato di diritto sta prendendo il sopravvento dopo settimane di incertezza che hanno lasciato molti sudcoreani incerti sul futuro della loro democrazia e hanno suscitato grande preoccupazione negli Stati Uniti, il più grande alleato del Paese.

È necessario, comunque, sottolineare come sebbene la detenzione di Yoon sia direttamente collegata alla sua improvvida emanazione della legge marziale, essa risulti indipendente dalla procedura di impeachment – decisa dal Parlamento il 14 dicembre – a suo carico. Per quanto concerne quest’ultima, infatti, la responsabilità ricade interamente sulla Corte Costituzionale, che dovrà decidere se accogliere la decisione del Parlamento – sottraendo definitivamente Yoon dalla carica di Capo di Stato – o respingerla, restituendo così a Yoon i poteri affinché egli possa completare il mandato affidatogli dai cittadini nel maggio del 2022. La Corte ha 180 giorni per giungere a una decisione, e pochi si aspettano che i suoi otto giudici in carica raggiungano una decisione rapida, data la gravità della crisi politica che ha attanagliato la Corea del Sud nelle ultime cinque settimane.

Sostenitori di Yoon all'esterno del centro di detenzione nel quale è recluso - Foto Epa/Jeon Heon-Kyun © www.giornaledibrescia.it
Sostenitori di Yoon all'esterno del centro di detenzione nel quale è recluso - Foto Epa/Jeon Heon-Kyun © www.giornaledibrescia.it

È ovvio che nel caso la Corte dovesse decidere per la reintegrazione del presidente, ciò sarebbe un durissimo colpo nei confronti delle istituzioni democratiche sudcoreane e scatenerebbe l’ira della gran parte dei cittadini, che non si sentono più rappresentati da un capo di stato che ha irrimediabilmente tradito la loro fiducia. In quello che avrebbe dovuto essere un messaggio di scuse alla nazione, trasmesso pochi giorni dopo la dichiarazione della legge marziale, Yoon ha dichiarato si sarebbe assunto tutte le responsabilità legali e politiche; ciò nonostante, egli continua a insistere sul fatto che l’indagine a suo carico sia illegale. È certamente difficile immaginare quali pensieri stiano facendo capolino nella mente di Yoon Suk-yeol; la cosa che però colpisce maggiormente è l’inossidabile appoggio garantitogli da una parte dell’opinione pubblica, che manifesta apertamente in suo favore e che parla schiettamente di Yoon come del principale – se non unico – vessillo contro la minaccia comunista proveniente dalla Corea del Nord e dalla Cina.

I più recenti sondaggi, infatti, mostrano come la popolarità di Yoon – che aveva toccato il fondo subito dopo la proclamazione della legge marziale – stia risalendo rapidamente, anche tra i più giovani. Questi, sventolando bandiere sudcoreane e americane, insieme ai cartelli che riportano lo slogan «Stop the Steal», in appoggio alle teorie del complotto statunitensi, sostengono che le ultime elezioni parlamentari di aprile in Corea – dominate dall’opposizione – siano state in realtà fraudolente. Si è fatto largo tra i sostenitori di Yoon, insomma, un profondo convincimento in base al quale le accuse contro il Capo dello Stato siano politicamente motivate: una sorta di caccia alle streghe perpetrata da attori politici disonesti e corrotti. Ciò è sintomatico della profonda divisione di cui è preda la società sudcoreana sin dalla sua stessa fondazione nel 1948. Per fortuna, però, le manifestazioni contro o a sostegno di Yoon sono finora rimaste assolutamente pacifiche; la disciplina di tutti i partecipanti è un’enorme rassicurazione al caos che ha investito il Paese, considerato che passeranno settimane, o addirittura mesi, fino a quando questa imbarazzante saga non avrà fatto il suo corso.

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