Dopo 43 giorni dalla drammatica notte del 3 dicembre, quando la popolazione della Corea del Sud ha assistito attonita alla proclamazione della legge marziale – prontamente respinta dal Parlamento – il Presidente Yoon Suk-yeol, già sottoposto ad impeachment, è stato tratto in arresto. I funzionari dell’Ufficio per le indagini sulla corruzione sono tornati alla carica in forze dopo che il loro primo tentativo di dare seguito a un mandato di arresto era stato abbandonato, all’inizio di gennaio, a causa di un serrato confronto con gli agenti responsabili per la sicurezza del Capo di Stato, che avevano bloccato l’accesso alla residenza presidenziale.
Sebbene sia già accaduto più volte in Corea che un ex-presidente debba confrontarsi con incriminazioni pesanti e con la detenzione, Yoon passerà alla storia come primo capo di stato in carica nel Paese a subire l’onta dell’arresto, peraltro con accuse gravissime come l’alto tradimento e l’insurrezione, vale a dire i pochi crimini per cui neanche le massime cariche politiche godono di alcuna immunità. Se l’iter processuale dovesse avere seguito e Yoon fosse condannato, rischierebbe una lunga reclusione o persino la pena di morte, almeno in linea teorica, visto che la Corea del Sud ha da tempo immemore applicato una moratoria sulle esecuzioni. In un senso ampio, l’arresto di Yoon suggerisce che lo stato di diritto sta prendendo il sopravvento dopo settimane di incertezza che hanno lasciato molti sudcoreani incerti sul futuro della loro democrazia e hanno suscitato grande preoccupazione negli Stati Uniti, il più grande alleato del Paese.




