Opinioni

Cherchez l'homme. Lui, lei e il fantasma dell’altra

Occorrerebbe fare un censimento brutalmente onesto sul numero di donne che conosciamo in guerra (aperta o sotterranea) l’una con l’altra per via di un uomo
Quante sono le donne che vivono col fantasma dell'amante del marito
Quante sono le donne che vivono col fantasma dell'amante del marito
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La vicenda. Una donna scopre, tramite investigazioni, che le lunghe trasferte del compagno (padre dei suoi quattro figli) nascondono in realtà una seconda vita a 180 km di distanza. Come spesso, inspiegabilmente, accade, invece di prendersela con l’unico che le doveva qualcosa, si accanisce ossessivamente contro la «rivale» (dal latino rivalis, der. di rivus, ruscello: colui o colei che abita l’altra riva dello stesso corso d’acqua).

Mesi di persecuzioni, telefonate notturne, attacchi sui social e sul luogo di lavoro dell’altra, cartelli affissi fuori dalla sua abitazione con le loro foto e la scritta: «Hai rovinato una famiglia». Risultato: nove mesi di reclusione (pena sospesa), tremila euro di risarcimento danni, l’obbligo di frequenza di un corso sulla gestione della rabbia (quasi servisse l’antirabbica, e non la terapia psicologica ad una donna invischiata in una relazione tossica).

Lui, il conteso (peraltro non imputato/bile perché nessun reato risulta aver commesso, esattamente come l’amante) in udienza nega, minimizza: «Era solo un’amica» sostiene, indefesso, come farebbe un marine catturato dal nemico derubricando in amicizia una liaison durata anni. Infine, suggella il tutto con un matrimonio a favore della compagna intemperante, che suona quasi come una ricompensa per le brutali condotte, una medaglia al valore per aver partecipato da protagonista ad un rodeo rituale da lui indetto ed osservato dagli spalti. Cosa pensi di aver vinto la sua sposa, non importa saperlo. E pure lui costretto in regime art. 41 bis, guinzaglio al collo e braccialetto elettronico alla caviglia. Ciò che conta è riconoscere gli stigmi di quella che è una triangolazione antichissima.

Che ci si chiami Medea o Glauce, Deianira un richiamo ancestrale ci induce a contenderci il maschio, seppur traditore, come fosse una refurtiva da riportare a casa e tenere sotto chiave. Non è questione di cultura o di epoche ma di un cortocircuito psichico profondo e frequentissimo. Non la relazione, il matrimonio con le sue vistose crepe, non la scelta libera e consapevole di un uomo ma l’altra diventa il fulcro della lotta senza confini. Solo che così facendo il «vero colpevole» (ammesso che sia un processo), scompare dall’equazione, restando ai margini a godersi lo spettacolo scegliendo quale delle due lo vincerà in premio.

Troppo spesso la vita ci vede nemiche per le attenzioni di un uomo, che sia un marito, un compagno, un amante, un padre, un capo, un fratello, e che noi si sia figlie, madri, sorelle, suocere, nuore, colleghe, migliori amiche. Occorrerebbe fare un censimento brutalmente onesto sul numero di donne che conosciamo in guerra (aperta o sotterranea) l’una con l’altra per via di un uomo. Condannate a vivere con quello che tecnicamente si chiama il fantasma dell’Altra a lottare per essere la favorita sbaragliando rivali a volte del tutto immaginarie o create ad arte dal proprio compagno.

La prossima volta che vedrete una di noi, tradita, annientarsi nell’odio per una rivale, aiutatela a fermarsi un secondo e a chiedersi chi ha creato la competizione e la guarda dagli spalti mangiando comodamente i pop corn. Cherchez l’homme!

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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