Opinioni

Bullismo, la solitudine e il silenzio delle vittime

Non abbiamo insegnato a denunciare la violenza verbale o fisica, e non siamo stati capaci di indicare a chi va detto che il male circola in classe, nei cortili o nelle toilette
Giuseppe Maiolo
Bullismo - Foto Pexels
Bullismo - Foto Pexels

Spesso in adolescenza c’è un dolore interno che vive nascosto, in silenzio, senza che nessuno lo intercetti. Lo raccolgono in pochi o a volte nessuno, perché le vittime di bullismo non dicono ciò che stanno vivendo.

Invece Leonardo di Senigallia, 15 anni, l’ultima vittima, ha parlato. Ha detto delle angherie ricevute e delle vessazioni e ha chiesto una mano a qualche adulto almeno per far smettere insulti e umiliazioni. Secondo i genitori, nessuno ha fatto nulla, nessuno si è mosso. L’omertà regna ancora sovrana, in questi casi. E poi pochi sanno che si può e si deve denunciare, che ci sono leggi specifiche per il bullismo. Pochi di quelli che subiscono violenza o la assistono da spettatori, se la sentono di segnalare le offese, ma forse sono anche pochi gli operatori della scuola che conoscono le norme predisposte.

Non è un’accusa. È la constatazione che il fenomeno ancora imperversa e miete vittime a scuola, in particolare quello omofobico che continua a circolare tra i banchi, colpisce e uccide. Altrimenti Leonardo non avrebbe preso la pistola per chiudere la sua breve vita. Una storia che si ripete simile a quella che 12 anni fa è capitata al ragazzo coi pantaloni rosa (T. Manes, «Andrea, oltre il pantalone rosa», Grausedizione), anche lui suicida per vessazioni simili. Significa che non abbiamo insegnato a denunciare la violenza verbale o fisica, e non siamo stati capaci di indicare a chi va detto che il male circola in classe, nei cortili o nelle toilette. Ma vuol dire anche che non è per nulla cresciuta la coscienza collettiva.

Fa bene Valditara a preoccuparsi della situazione e può aiutare che un ministro affermi la necessità di far fare a scuola laboratori sul bullismo, non solo prediche e spiegazioni. Finalmente. Perché serve lavorare sull’educazione alle relazioni, aggiornare gli insegnanti sulla comunicazione e aiutarli a coltivare un ascolto attivo, in grado di cogliere il malessere o i conflitti, ma anche essere capaci di gestire e promuovere l’empatia. Servono adulti competenti che sappiano chiedersi come si sta nel corpo dell’adolescente che cresce.

Perché le vittime di bullismo, offese ripetutamente, tacciono, restano sole e si isolano. Alcuni tentano la salvezza rifiutando la scuola, richiudendosi in casa, altri si illudono di proteggersi da dolore mentale con l’autolesionismo. Ma aumenta la solitudine e l’isolamento. A me capita di incontrarli allo sportello psicologico sconfitti e privi di fiducia in se stessi e nella vita, incapaci di reggere il dolore mentale e già abituati a trasferire sul corpo quell’acuto disagio. Infieriscono con tagli ai polsi e sulle cosce illusi di poter star bene. La solitaria ritualità del tagliarsi in camera o nella toilette della scuola, può essere pericolosa. Anche se nascondono con braccialetti o felpe lunghe quel loro corpo martoriato, riempiono la mente di pensieri disperati e idee di suicidio.

Aiutarli vuol dire arrivare prima. Ma significa saperli ascoltare se tacciono e insegnare loro come ci si aiuta tra pari.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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