Ho incontrato Ettore a una serata in libreria. Si parlava di bambini, di preadolescenti, di adolescenti e genericamente di figli. Che la denatalità sia un fatto è assodato. Chi decide di avere figli sta in qualche modo scegliendo di dare una possibilità al futuro.
Ciò non significa ridurre apoditticamente chi non si riproduce a una schiera antagonista dei tempi che verranno, perché non si può ignorare che la precarietà (come recitava uno slogan di anni fa) è contraccettivo tra i più efficaci e che il contesto è ostile all’infanzia (tra mancanza di strutture e oggettiva carenza di incentivi tangibili).
Nella nostra chiacchierata Ettore ha esposto chiaramente due punti, in forma di altrettante domande: su chi possono contare i genitori? I figli non sono più di una società ma della singola famiglia, che deve essere fortunata nel trovare le persone giuste a scuola; fortunata nel poter accompagnare i figli a fare sport, musica, attività assortite; fortunata ad avere una rete di amici e di parenti che fa da supporto almeno emotivo.
Come si proteggono i figli? I predatori da cui guardarsi non sono quelli (statisticamente poco rilevanti) che vogliono carpire fisicamente i bambini, ma quelli che sinuosamente assediano le loro capacità con stimoli fuorvianti, desideri farseschi, obiettivi di sostanziale inutilità, evitamento del contatto reale, disprezzo e derisione del sapere.
Trovo che Ettore abbia dato voce a interrogativi-cardine, quelli che hanno bisogno di una risposta anche per coloro che la domanda non se la pongono. Anzi, soprattutto per loro. Senza queste risposte, temo che si possa crescere la prima generazione dal secondo dopo guerra in avanti, per cui palesemente non esistono opportunità pari: andrà decisamente meglio per quelli che cresceranno con il supporto di una famiglia che avrà la lucidità, la sorte e i mezzi per scantonare seducenti trappole e baratri attraenti. Gli altri saranno (e mi auguro di sbagliare) marginalizzati in una appesantita e stolida periferia sociale, culturale e molto probabilmente economica.
Mi auguro di sbagliare, ma sono tenacemente solidale con Ettore e con tutti quei genitori attenti che non distolgono lo sguardo dalle sfide e non si lasciano tacitare ma cercano le soluzioni, che da qualche parte devono pure esserci. Fortunati i loro figli.



