Bimbi nel bosco, decisione tecnica che tutela lo sviluppo sociale

Fausto Manara*
Il Tribunale per i Minori dell’Aquila in merito al caso della «famiglia nel bosco» di Palmoli ha deciso di allontanare i piccoli dai genitori
La casa di Palmoli - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
La casa di Palmoli - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
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Sarebbe il caso che certi giornalisti, avvocati, politici e anche qualche mio collega frenassero il loro impeto ideologico o apostolico e leggessero con attenzione l’ordinanza del Tribunale per i Minori dell’Aquila in merito al caso ormai noto come quello della «famiglia nel bosco» di Palmoli.

Potrebbero constatare che non è frutto del punto di vista di un giudice, ma di una analisi estesa dei fatti in cui convergono sia osservazioni sulle condizioni di vita, sia valutazioni psicologiche e di prospettiva evolutiva dei figli della coppia in questione.

È fuor di dubbio che ciascuno ha il diritto di vivere come meglio crede, specie se lo stile di vita eletto si oppone ai canoni consumistici in uso e si colloca in una dimensione dove viene privilegiata l’immersione nel contatto con la natura. Ma qui entrano in gioco aspetti che vanno ben oltre la scelta di vita di una coppia perché investe i loro figli e gli strumenti utili per la loro crescita psicologica e sociale.

La «famiglia nel bosco» di Palmoli
La «famiglia nel bosco» di Palmoli

Il vero problema che pone la vicenda è allora proprio questo. Cosa ne sarà di questi bambini, che vivono isolati dai coetanei, quando, volenti o nolenti, si troveranno a vivere all’interno di un mondo che non hanno mai potuto conoscere, quando si troveranno a sperimentare una relazione con l’altro di cui non hanno mai potuto imparare la grammatica di base?

I rapporti tra pari sono il nucleo su cui si organizza lo sviluppo delle abilità sociali e di comunicazione, la gestione del conflitto, e si oppongono, anche se talvolta non sono sufficienti, al rischio di isolamento sociale.

A questo proposito l’ordinanza del Tribunale dei Minori scrive, opportunamente, che «la deprivazione del confronto tra pari ostacola lo sviluppo delle competenze sociali emotive e cognitive essenziali, rendendo più difficile l’adattamento del bambino sia nel sistema educativo che nella società in generale».

In più non va trascurata l’osservazione che in questo caso i genitori si sono opposti a qualunque valutazione esterna dei minori, essendo arrivati a chiedere, in cambio di una eventuale visita medica approfondita sugli stessi, come si annota nell’ordinanza del Tribunale de Minori, la somma di 50.000 euro per ciascun figlio.

La questione quindi, a questo punto ha due livelli di osservazione da considerare attentamente. Il primo: cosa ne sarà del futuro di questi ragazzini quando, una volta cresciuti, dovranno affrontare una società che non hanno mai imparato a conoscere?

Il secondo, più attuale: come potranno sopportare il distacco forzato dai genitori e un tipo di vita quotidiana ben diversa da quella fin qui sperimentata? È palese quanto la soluzione dei due problemi, tanto opposti tra loro, non possa essere liquidata con commenti ideologici o superficiali e richieda un intervento efficace, delicato, e soprattutto coordinato di governo e istituzioni che purtroppo sembrano molto lontani da una fruttuosa sintonia.

* Medico psichiatara e psicoterapeuta

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